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	<title>Napoli Monitor</title>
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	<description>mensile di cronache, disegni, reportage</description>
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		<title>Cetruli</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 20:18:44 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[l'altro giorno]]></category>
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		<description><![CDATA[L’altro giorno sono sceso co’ fratemo. Fratemo ci sta sempre. Lui è con me. Parliamo di un sacco di cose. Lui ne sa. Ha la filosofia e pure la fantasia. Camminare con lui fa bene. Poi ci stanno i colori, il tufo, i muri, le crepe romantiche, e tutto il resto appresso. Andiamo, dove non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="capoverso-blu"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/11/laltro-giorno.jpg" rel="lightbox[post-10508]" ><img class="alignleft size-full wp-image-9080" title="laltro-giorno" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/11/laltro-giorno.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>L’altro giorno</span> sono sceso co’ <em>fratemo</em>. Fratemo ci sta sempre. Lui è con me. Parliamo di un sacco di cose. Lui ne sa. Ha la filosofia e pure la fantasia. Camminare con lui fa bene. Poi ci stanno i colori, il tufo, i muri, le crepe romantiche, e tutto il resto appresso. Andiamo, dove non si sa e manco ce ne fotte. Stiamo dentro ai tranquilli. Insomma ce ne andiamo io e fratemo, col ritmo giusto come al solito, passano le facce e sono belle come sempre. Nulla può turbare questa quiete. Poi, a un certo punto, si sente un fatto strano, non un fischio ma simile, tipo un ultrasuono. Arriva da lontano. Da lassù? Da lassotto? Chi può dirlo. So solo che a me mi è arrivato tipo un suono… FFFFFFFFFFIIIIIIIIIIIUUUUUUUUUU</p>
<p><span class="capoverso-blu">Un fatto verde,</span> strano, mi sfreccia a un millimetro dallo zigomo sinistro. Quasi mi lascia il segno. Penso a un Ufo… Qualche stringa slacciata nell’universo… Che so, Emilio Fede o qualche ectoplasma schizzante di quel tipo… Mi guardo intorno mentre sento il mio cuore accelerare… Ma fratemo se ne fotte. Lui sorride e sta bello sciolto. Mi tranquillizzo e continuo il passeggio. <em>Cool and relaxed</em>. Ma la strada, non lo so perché, sembra che non sia la stessa. Eppure è la stessa. Quella di tantissimi giorni tipo questo. Ma le orecchie funzionano ancora. E ancora sentono verdi ultrasuoni avvicinarsi. Sfiu. SSSFFFIUUU. SFIU. Come dei proiettili, ma più grossi. E bitorzoluti. Ti passano quando meno te lo aspetti. E poi, sarà pur vero che la strada assomiglia a se stessa, ma io quel tizio con il phard e il sorriso smagliante non lo avevo mai visto là in fondo. Ma poi… Ma che ha fatto ai capelli? E quanto è basso… Ma che tiene i tacchi? Minchia tiene i tacchi di dieci centimetri, il phard, la faccia gommosa, stirata e tinta, i denti smaglianti ma chi sa di chi sono… Io non mi fiderei. E poi che sono ‘sti fatti verdi che sibilano tutt’intorno? Guardo a fratemo per trovare conferma ai miei discorsi. Per sano cameratismo. Wa fra’ abbassiamoci che se non ci stiamo accorti pure ci becchiamo un fatto verde in faccia… E manco sappiamo che cosa è… Ma fratemo non fa una piega. Lui sa quello che dice: guarda bene, fa lui, e poi parli. Io guardo. Il cielo effettivamente, si è fatto molto più scuro. E sta robba verde continua a sibilare. Devo stare zitto. Devo concentrarmi e guardare. Guardare bene. E capire.</p>
<p><span class="capoverso-blu">Allora mi concentro.</span> Scatto una foto della mia anima. Mentre il mio cranio muovendosi sinuosamente schiva cinque sei verdi proiettili come fossero piume. E allora vedo e capisco. Che effettivamente si tratta di cetrioli. Proprio cetrioli di campo. Io me ne intendo. Zappo quando mi capita. Mi giro verso a fratemo con la mia nuova consapevolezza. Ma lui già lo sa. Lui sta avanti. Infatti lui non solo sa perfettamente che si tratta di verdi cucurbitacei che svolazzano, ma riesce pure a prenderli. Manco mi giro verso di lui che già ne tiene uno in mano. Anzi due. Poi non so che cosa è successo. La mia attenzione è stata catturata dal tizio con il phard e i tacchi. Ormai eravamo troppo vicini. Io cercavo di fare finta di niente. Ma lui mi guardava lo stesso. Ma che cazzo guardi a fare. Io devo stare qui bello ninja a schivare tutti ‘sti ortaggi bitorzoluti (ora so anche di che si tratta:<em> Cucumis sativus</em>) che mi sibilano attorno, e tu mi guardi. Comincio a innervosirmi. Penso se accelerare il passo o dargli una testata in faccia. Ma io odio la violenza. Per fortuna arriva un distinto signore. Parecchio grigio. Ma distinto. Certo non ha un ghigno molto rassicurante. Ma intima deciso al phardato di cavarsi dalle balle. E il phardato se ne va! Con la coda tra le gambe! Pare un miracolo. Vorrei sentirmi meglio ma, non so perché, qualcosa mi frena. Sarà il cielo che si fa sempre più nero, saranno i corvi che sono arrivati, chissà da dove, ma io non mi sento molto rassicurato. E poi il ritmo e la velocità dei cucurbitacei bitorzoluti sibilanti non cessa di aumentare. Diventa difficile schivarli. Cerco un conforto: cosa farebbe fratemo in un frangente come questo? Dove sei fratemo… Veramente non riesco più a vederti, e qua ci stanno cetruli che volano da tutte le parti (chissà quanti ne avrai presi a quest’ora). Provo a salvarmi con l’immaginazione: cosa direbbe lui? Sicuramente qualcosa di eroico, in rima, tipo: Quando volano i cetruli ce la fanno solo i più crudeli. <em>(piccì)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ex Schipa, da scuola a casa bene comune</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:14:12 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[fotoreportage]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ex sede della scuola media Michelangelo Schipa, da anni abbandonata, era già stata occupata nel novembre 2009 dalla rete antifascista, in risposta al presidio di Casapound nell&#8217;ex convento di via San Raffaele a Materdei; i due edifici erano stati poi sgomberati contemporaneamente ai primi di dicembre 2009. Questa volta è diverso, spiegano gli occupanti: «l&#8217;occupazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/ex-schipa01.jpg" rel="lightbox[post-10493]" ><img class="aligncenter size-full wp-image-10506" title="ex-schipa01" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/ex-schipa01.jpg" alt="" width="600" height="404" /></a></p>
<p><span class="capoverso-blu">L&#8217;ex sede della scuola media Michelangelo Schipa,</span> da anni abbandonata, era già stata occupata nel novembre 2009 dalla rete antifascista, in risposta al presidio di Casapound nell&#8217;ex convento di via San Raffaele a Materdei; i due edifici erano stati poi sgomberati contemporaneamente ai primi di dicembre 2009. Questa volta è diverso, spiegano gli occupanti: «l&#8217;occupazione è a scopo abitativo, non politico». Da dicembre abitano nell&#8217;ex Schipa cinque famiglie e sette studenti universitari.  Ognuno di loro ha arredato una stanza, e hanno contribuito insieme a ripristinare i servizi della scuola, aggiungendo mobili e cucine. Ogni martedì e giovedì pomeriggio la scuola ospita lo &#8220;sportello casa&#8221;, a cura del comitato Casa bene comune, che raccoglie le domande di chi non ha alloggio e monitora gli spazi pubblici abbandonati in città. Un fotoreportage di  János (<a href="http://www.postphotography.eu/" target="_blank">postphotography.eu</a>)</p>
<p><span class="capoverso-blu">Le interviste agli occupanti</span> sul prossimo numero di Napoli Monitor in uscita a febbraio 2012.</p>

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			<a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/gallery/galleryexschipa/ex-schipa08.jpg" title="La dispensa della cucina al secondo piano." rel="lightbox[set_25]" >
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		<title>27 gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 12:58:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mancavano da troppo tempo parole autorevoli e analisi lucide sulla situazione napoletana. Una carenza alla quale ha posto rimedio il Papa, che ieri ha accolto in Vaticano i seminaristi campani, umbri e calabresi. Il Papa osserva che «le vostre regioni sono ricche di grandi patrimoni spirituali e culturali, mentre vivono non poche difficoltà sociali». […] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" rel="lightbox[post-10488]" ><img class="alignleft size-full wp-image-6126" title="rassegna-stampa" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a><em><strong>Mancavano da troppo tempo parole</strong> autorevoli e analisi lucide sulla situazione napoletana. Una carenza alla quale ha posto rimedio il Papa, che ieri ha accolto in Vaticano i seminaristi campani, umbri e calabresi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Papa osserva che «le vostre regioni sono ricche di grandi patrimoni spirituali e culturali, mentre vivono non poche difficoltà sociali». […] Nel corso dell’incontro il Papa insiste molto sulla necessità di formare sacerdoti che siano «integri», «testimoni credibili e promotori di santità con la loro stessa vita». (il roma, 27 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La questione morale,</strong> tanto cara &#8211; a parole &#8211; alla politica nostrana, è stata sollevata anche tra il clero. Pare che Crescenzio Sepe, dopo le parole di Benedetto XVI, abbia chiesto: «Ma ce l’aveva con me?».</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Procura bussa alle porte di Palazzo San Giacomo. Dodici ore di perquisizioni negli uffici dei servizi sociali, in vico Santa Maria a Fonseca, indagini informatiche, intercettazioni, 15 pc sequestrati, 13 persone coinvolte, tra assistenti sociali, commercialisti e titolari di cooperative. […] Si sospettano manomissioni della documentazione contabile con gravi danni economici per il Comune, assegnazione pilotata dei minori nelle strutture, canali privilegiati offerti agli amici dei dipendenti pubblici. (cristina zagaria, il mattino, 27 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Pare che la dirigente del servizio Politiche Sociali</strong> del Comune, Anna Crevantin, in cambio di tende e divani pregiati fatturati alla Cooperativa (che otteneva poi i rimborsi dal Comune) ma destinati ad abbellire casa, favorisse alcune case-famiglia per l’affidamento di minori (un minore ospitato frutta alla struttura d’accoglienza dai 160 ai 260 euro al giorno, soldi del Comune).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ricordo che in campagna elettorale</strong> De Magistris si era battuto per il mercatino multietnico, ricevendo molti consensi per un’idea che sembrava all’avanguardia e che sapeva di equità sociale. Ieri il Comune ha approvato il bando per la concessione delle postazioni in via Bologna, traversa di piazza Garibaldi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo bando del Comune di Napoli, prevede la partecipazione libera, quindi non tiene conto della presenza dei migranti e di fatto non riconosce l’esistenza e la continuità del mercatino multietnico cancellandolo di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La decisione pare aver lasciato scontenti</strong> alcuni membri della giunta, membri di maggioranza, quelli eletti con De Magistris.</em></p>
<p style="text-align: justify;">«Siamo assolutamente d’accordo con l’operato dell’Amministrazione per perseguire la legalità nella nostra città – dicono – solo che a volte non capiamo se attraverso queste operazioni lottiamo contro la povertà, l’emarginazione e il disagio sociale o lottiamo contro i poveri e gli emarginati». […] I consiglieri Vasquez, Rinaldi, Fucito e Coccia annunciano che saranno al fianco dei migranti se la Giunta non rivedrà l’atto pubblico. (mariano rotondo, il roma, 27 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sei mesi e la giunta sembra già vacillare.</strong> Per una giunta che si rompe, però, ce n’è un’altra che si ricompone.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Una rimpatriata. Dinanzi a una pizza in una trattoria a due passi da palazzo San Giacomo. La vecchia giunta, quella guidata da Rosa Russo Iervolino, s’è ritrovata l’altra sera a cena su iniziativa dell’ex sindaco. Che ha voluto incontrare i suoi  ex assessori. […] Un incontro tra reduci, tra ex combattenti. (la repubblica napoli, 27 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>a cura di palanza</em></p>
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		<title>Coccodrilli</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 13:10:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una recente rilevazione dell&#8217;Eurostat ci dice che in Italia ci sono più di quindici milioni di persone che non lavorano: inattivi, le definisce il rapporto. Rappresentano il 37,99% del totale della popolazione potenzialmente in età da lavoro, circa quaranta milioni, e tra questi si possono trovare ben tre milioni e mezzo di persone che una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="capoverso-blu"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/posto_fisso.jpg" rel="lightbox[post-10475]" ><img class="alignleft size-full wp-image-6127" title="posto_fisso" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/posto_fisso.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>Una recente rilevazione</span> dell&#8217;Eurostat ci dice che in Italia ci sono più di quindici milioni di persone che non lavorano: inattivi, le definisce il rapporto. Rappresentano il 37,99% del totale della popolazione potenzialmente in età da lavoro, circa quaranta milioni, e tra questi si possono trovare ben tre milioni e mezzo di persone che una occupazione ormai non la cercano nemmeno più, anche se si dichiarano &#8220;disponibili a lavorare&#8221;.</p>
<p><span class="capoverso-blu">Per capire la differenza</span> basti pensare che la media europea degli inattivi è del 28%, ovvero undici punti in meno, e che uno dei dati che maggiormente preoccupa riguarda i giovani, europei, tra i 15 e i 24 anni che rientrano nella categoria dei &#8220;neet&#8221; (coloro che non studiano e non lavorano): il 90% non ha mai avuto una esperienza lavorativa. In Italia il fenomeno è particolarmente avvertito e una delle cause va ricercata senza dubbio nella difficoltà di cercare un impiego (avevamo già parlato su questo blog dei trentatre mesi che un giovane può perdere nel tentativo di lavorare a fronte di contratti della durata media di sei mesi). Ma non solo. Secondo uno studio di Claudio Lucifora e Laura Comi, entrambi economisti collaboratori de <em>La Voce</em>, nel Belpaese non si fa formazione. Coloro che riescono a ottenere un impiego in pochissimi casi, circa l&#8217;8,8%, riescono anche a crescere dentro l&#8217;azienda e a migliorare così la propria preparazione professionale. Il motivo è da ricercare proprio nella breve durata dei contratti di inserimento, da tre mesi a un anno, predisposti dalle aziende che in tal modo sono disincentivate a investire nella formazione a causa della continua &#8220;rotazione&#8221; del personale.</p>
<p><span class="capoverso-blu">Il risultato pratico</span> è quello di ottenere una schiera di lavoratori non solo atipici e precari, ma anche poco preparati e che quindi trovano poi difficoltà a &#8220;reinserirsi&#8221; nel mondo lavorativo. I due autori parlano anche dei frequenti &#8220;abusi&#8221; con i quali le aziende ricorrono ai contratti di apprendistato, che dovrebbero essere i più formativi, che finiscono per essere un&#8217;altra odiosa forma di precarietà lavorativa. Alcune regioni, come la Toscana e l&#8217;Umbria, stanno cercando di porvi rimedio introducendo, in via sperimentale, gli Ila (<em>individual learning account</em>), una sorta di &#8220;formazione continua individuale&#8221; anche per coloro che hanno contratti atipici. Ma, viene da pensare, forse sull&#8217;apprendistato e sulla formazione in azienda, si sarebbe potuto vigilare di più. Compito che sarebbe toccato al ministero del lavoro, certo, ma anche ai sindacati che evidentemente erano invece presi da tutt&#8217;altro.</p>
<p><span class="capoverso-blu">In un recente articolo</span> pubblicato su <em>Linus</em>, Stefano Feltri, redattore economico del <em>Fatto Quotidiano</em>, se la prende con il partito dei &#8220;vecchi&#8221;, accusando chi si straccia le vesti per la pensione dei cinquantenni di oggi di non pensare affatto a quella che, forse, percepiranno i giovani di oggi. Vale lo stesso discorso anche sulla qualità del lavoro e sulle tutele tra chi entra nel mondo del lavoro e chi ci sta già da un bel pò. La Fornero piange in conferenza stampa, ma l&#8217;Italia è piena di professionisti in &#8220;lacrime di coccodrillo&#8221;.<em> (luca de berardinis)</em></p>
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		<title>26 gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 12:00:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è poco da rassegnare. Come a dire, c&#8217;è poco da ridere, che ridi a fare, cazzo hai da ridere, eccetera eccetera. Il Napoli sbatte fuori dalla coppa Italia l&#8217;inter, contenti? Secondo una (ig)nota agenzia di statistica, le parole più utilizzate a Napoli e provincia dalle persone di età compresa tra i trenta e i settanta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" rel="lightbox[post-10456]" ><img class="alignleft size-full wp-image-6126" title="rassegna-stampa" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>C&#8217;è poco da rassegnare. Come a dire,</strong> c&#8217;è poco da ridere, che ridi a fare, cazzo hai da ridere, eccetera eccetera. Il Napoli sbatte fuori dalla coppa Italia l&#8217;inter, contenti? Secondo una (ig)nota agenzia di statistica, le parole più utilizzate a Napoli e provincia dalle persone di età compresa tra i trenta e i settanta, in queste ultime settimane sono «Pensione», «Pandev» ed «Equitalia». Ma potreste anche farci caso mentre passeggiate solitari e ascoltate con le vostre orecchie lerce. Cosa c&#8217;entra tutto questo con la rassegna stampa? &#8211; domanderete voi. Non ne ho la più pallida idea, risponderei io. Fatto sta che ogni volta, a dir la verità, mi perdo a leggere questi (assue) fatti.   </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Una lettera indirizzata al sindaco de Magistris</strong> apparsa sul Manifesto, da parte di Democrazia chilometro zero, spiega le motivazioni del suddetto gruppo alla partecipazione all&#8217;incontro promosso dal sindaco a Napoli per il 28 gennaio, un incontro «tra amministratori, movimenti, associazioni, le cittadine e i cittadini». DKm0, stando a com&#8217;è scritto nell&#8217;articolo, più che una rete o un&#8217;associazione è un luogo di confronto e lavoro comune animato da un gruppo di persone che si da da fare per mettere in pratica nuove forme di democrazia, di prossimità perché vicine e accessibili alle persone, rivoluzionarie perché radicali nella critica attuale al modello economico<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo per una conversione ecologica dell&#8217;economia e per la decrescita e per questo siamo anche partner dell&#8217;importante Conferenza internazionale sulla decrescita che si terrà a Venezia in settembre (&#8230;). Tu stesso, nel chiamare l&#8217;assemblea del 28 gennaio hai scritto: «La voce della politica è flebile, mentre tuona quella della finanza e del mercato di cui si fa portavoce la tecnocrazia, soffocando gli stati, i governi e i parlamenti. Soprattutto soffocando le cittadine e i cittadini» (il Manifesto, 26 gennaio 2012)<em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Insomma una lettera &#8211; auspicio</strong> affinché l&#8217;assemblea lanciata dal sindaco per il 28 sia un esordio e non una replica, e la descrizione dello spirito con il quale questa associazione vuole partecipare. Interessante&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Andiamo avanti. Parliamo di rifiuti.</strong> La regione Campania è riuscita a strappare altri sei mesi di tregua, nel corso dei quali attuare (o almeno tentare di attuare) quelle disposizioni che finalmente potranno convincere l&#8217;Unione Europea a rinunciare alla minacciata multa. Nel frattempo si sbloccano i fondi per riciclo e differenziata<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come consuetudine, il commissario europeo all&#8217;Ambiente Janez Potocnick non ha sparso subito miele, anzi. «La nostra conclusione è che la situazione ancora non è stabilizzata. Per essere franco e chiaro, i nostri uffici stanno preparando il deferimento alla Corte di Giustizia<em>. </em>Un brivido, che ha quasi gelato il Ministro Clini (&#8230;). Ma dopo il bastone, la carota: quel deferimento «sono pronto a rivederlo nel caso vengano adempiute alcune condizioni». Qui è scattato il patto. Perché da un lato il piano portato a Bruxelles è stato ben accetto e Potocnick si è detto incoraggiato della presenza a Bruxelles di tutte le istituzioni locali, dall&#8217;altro il commissario ha ribadito che il grosso della preoccupazione è per la fase transitoria (&#8230;). Il patto prevede così questi sei mesi di dilazione<em>, </em>con una verifica poi a giugno, ad opera di un tavolo tecnico che si insedierà presso il Ministero dell&#8217;Ambiente<em>. </em>Intanto Potocnick mette a disposizione i 145 milioni del fondo di coesione che la Ue aveva congelato: si possono spendere, naturalmente a condizione che in caso di fallimento la spesa non sarà coperta e rimarrà tutta a carico dell&#8217;Italia (roberto fuccillo, la repubblica, 26 gennaio 2012).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Intanto la protesta degli autotrasportatori</strong> produce i suoi effetti. Sentite questa </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>Supermercati vuoti, strade bloccate, distributori di carburante chiusi, benzinai furbi che alzano i prezzi, forze dell&#8217;ordine che scortano i camion di rifornimento delle pompe e quelle dei rifiuti (che si accumulano per strada), ma anche maiali salvati dall&#8217;ingorgo. Un pò tragedia un pò farsa la situazione che si vive in Campania, a causa della protesta degli autotrasportatori che ieri ha fatto registrare una delle giornate più caotiche dall&#8217;inizio dei blocchi. L&#8217;episodio più singolare è quello che si è verificato al casello autostradale di Napoli nord dove le guardie zoofile Enpa hanno soccorso un autoarticolato (che trasportava un centinaio di suini) bloccato da due ore a causa della protesta. I volontari della protezione animali, insieme alla polizia stradale, sono riusciti a liberare il mezzo e, dopo aver verificato le condizioni di salute dei suini, lo hanno scortato all&#8217;imbocco statale della 7bis, consentendo all&#8217;autista, sollevato, di riprendere il viaggio. Un episodio a lieto fine ma isolato (antonio vastarelli, il sole 24 ore, 26 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Poveri maialini.</strong> Speriamo siano arrivati a destinazione (il macello?). Concludiamo con una notizia splatter, visto che siamo ormai giunti all&#8217;ora di pranzo&#8230;<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Garze intrise di sangue, macchinari in disuso, medicinali, siringhe, aghi infetti, cartelle con risultati di analisi cliniche: all&#8217;interno dell&#8217;ospedale San Paolo la polizia municipale ha scoperto un gigantesco cumulo di rifiuti ospedalieri abbandonati e mescolati con il normale pattume. L&#8217;immondizia è stata posta sotto sequestro e subito sono scattate le denunce nei confronti dei vertici della struttura. Denunciati i vertici aziendali (paolo barbuto, il mattino, 26 gennaio 2012).<em><strong></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong></strong> <strong></strong> <strong>Adesso andrò a mangiare </strong>la mia gustosissima costoletta. Favorite? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Buon appetito<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>a cura di giancamillo pellone</p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
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		<title>La Cartiera a Pompei, c&#8217;è posto per tutti?</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 11:13:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pompei, aula consiliare del comune. Il movimento c’è, ma non è quello che ci si attendeva, data la pomposità con cui è stato presentato il progetto. Le parole d’ordine, a sentire il sindaco Claudio D’Amico, sono “trasparenza” e “monitoraggio”, eppure le orde di giovani che erano attese, non sono arrivate. Ma andiamo con ordine, partendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10458" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/napoli.jpg" rel="lightbox[post-10457]" ><img class="size-full wp-image-10458" title="napoli" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/napoli.jpg" alt="" width="600" height="525" /></a><p class="wp-caption-text">(archivio disegni napolimonitor)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Pompei, aula consiliare del comune. Il movimento c’è</span>, ma non è quello che ci si attendeva, data la pomposità con cui è stato presentato il progetto. Le parole d’ordine, a sentire il sindaco Claudio D’Amico, sono “trasparenza” e “monitoraggio”, eppure le orde di giovani che erano attese, non sono arrivate. Ma andiamo con ordine, partendo da quel che sarà. Sarà, questo è sicuro, il centro commerciale “La Cartiera”, una mega struttura da trentamila metri quadri che verrà inaugurata nella primavera del 2012, e che rientra nel progetto di riqualificazione dell’area industriale ex Aticarta, a sud di Pompei. È prevista, oltre alla ristrutturazione di quattrocentomila metri cubi con funzione di intrattenimento, shopping, artigianato e ristorazione, anche la costruzione di parcheggi (duemila nuovi posti auto) e spazi verdi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Si tratta, come si può intuire dalle cifre,</span> di un investimento impegnativo, e come ha sottolineato il sindaco alla conferenza di ieri, di un’enorme opportunità lavorativa per i giovani del posto. Il centro commerciale, infatti, darà possibilità di “assorbire” (vocabolo che in gergo lavorativo tira molto) seicento posti di lavoro, numero su cui lo stesso sindaco ha molto contato nell’ultima campagna elettorale. Proprio alla luce dei proclami del primo cittadino, però &#8211; che aveva prefigurato un rilancio economico della città e una spinta occupazionale di portata in realtà superiore a quella che sarà &#8211; la polemica sul nuovo centro commerciale pompeiano è montata nelle ultime ore. Oltre le ripercussioni negative che un grande centro commerciale presenta nei confronti della piccola economia cittadina, molto rumore si è fatto anche per il ruolo che il comune riveste in questa operazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Con la conferenza di ieri, infatti, il sindaco D’Alessio</span> (accompagnato dai vertici di Coopsette e Fingiochi, le due aziende promotrici ed esecutrici del progetto) ha illustrato i compiti che l’istituzione cittadina rivestirà nelle operazioni di reclutamento di lavoratori da parte delle aziende che partecipano al progetto, e che cercano “sul territorio” figure professionali estremamente differenziate. Stando a quanto illustrato dal sindaco, da oggi sul portale dell’ente sarà attivo un link “Offerte di lavoro”, attraverso cui i candidati potranno presentare le proprie referenze ai titolari dei punti vendita. Pur non avendo voce in capitolo da un punto di vista decisionale, però, in questo modo il comune incamererà i dati di tutti i potenziali candidati, “favorendo &#8211; come è stato sottolineato &#8211; l’incontro tra la domanda e l’offerta”. Sarà sempre il comune, poi, a gestire quei dati, e a fornirli (anche se si sottolinea “in via non esclusiva”) alle aziende interessate.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Probabilmente, anche lo scetticismo sollevato</span> dalla gestione comunale delle candidature, ha fatto sì che la partecipazione della cittadinanza  alla conferenza di palazzo De Fusco sia stata tutt’altro che massiccia, tanto che il confronto è durato appena una ventina di minuti, e poche sono state le domande da parte dei partecipanti. A pesare in maniera forse anche maggiore, però, è stato lo scontento riguardo le mancate assunzioni degli ex operai dell’Aticarta. Stando a un accordo stipulato tra il comune di Pompei, la Coopsette (società emiliana che gestisce i fondi statali per il recupero delle aree dismesse) e gli ex lavoratori dello stabilimento di via Macello, infatti, una parte consistente (centoventi) dei seicento posti disponibili nel nuovo centro, avrebbe dovuto essere assegnata ai lavoratori Aticarta in cassa integrazione straordinaria. A quanto pare, invece, soltanto quaranta su centonovanta, faranno parte dell’organico della nuova struttura.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Nonostante il tentativo di chiarezza e trasparenza</span>, insomma, che sembra aver avuto un effetto molto maggiore sulla stampa locale piuttosto che sulla cittadinanza, la costruzione e la gestione del nuovo centro commerciale sembrano portare con sé una quantità notevole di polemiche. Tanto che a qualcuno &#8211; che paventa il rischio di possibili e poco controllabili assunzioni amicali &#8211; è suonata come una beffa la frase con cui il sindaco D’Alessio ha suggellato l’impegno del comune: «Il nostro intento è quello di dare ordine alle aspettative lavorative dei giovani, per tenere lontano il malaffare, nel senso di coloro che millantano false promesse lavorative.  Ed è proprio per evitare che certa politica possa ingenerare false aspettative, facendo del clientelismo, che proseguiamo nella logica di collaborazione tra pubblico e privato». <em>(riccardo rosa)</em></p>
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		<title>25 gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 12:15:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando una giornata si apre non sentendo la sveglia, e tutti i tuoi programmi vanno a farsi benedire, perché la tua mattinata comincia irrimediabilmente tardi, l’unica cosa da fare è mandare tutto al diavolo e restare nel letto. Devono averlo pensato anche i cittadini di Bagnoli, quando stamattina hanno letto sui giornali che la giunta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" rel="lightbox[post-10450]" ><img class="alignleft size-full wp-image-6126" title="rassegna-stampa" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>Quando una giornata si apre non sentendo la sveglia</em></strong><em>, e tutti i tuoi programmi vanno a farsi benedire, perché la tua mattinata comincia irrimediabilmente tardi, l’unica cosa da fare è mandare tutto al diavolo e restare nel letto. Devono averlo pensato anche i cittadini di Bagnoli, quando stamattina hanno letto sui giornali che la giunta comunale è di nuovo pronta a occuparsi del rilancio del quartiere. Dopo gli ultimi avvenimenti (buco nell’acqua della coppa America e non-scioglimento della BagnoliFutura) c’è chi, quando sente parlare di rilancio, a sua volta rilancia, cominciando a invocare uno per uno tutti gli angeli, i santi e voi fratelli, direttamente dal calendario di frate Indovino. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, rilancia sull’operazione di BagnoliFutura SPA nell’area ex industriale affacciata sul mare di fronte a Ischia. Il sindaco ha deciso un cambio di <em>mission</em>: da società di trasformazione urbana a società immobiliare, dopo che le gare per la vendita dei lotti sono andate deserte per più di una volta. […] Come società di trasformazione urbana BagnoliFutura si era occupata della bonifica, della infrastrutturazione dell’area e ha messo all’asta i lotti di terreno. […] De Magistris vuole trasformarla in una società che valorizzi l’area attraverso la progettazione e la costruzione degli immobili. Ma BagnoliFutura non ha capitali per farlo e dovrà cercare i privati per mettere gambe ai progetti. (simonetta scarone, italia oggi, 25 gennaio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Che il sacco abbia inizio, insomma. </em></strong><em>Ma cambiamo argomento, per evitare di continuare sulla linea blasfema di cui sopra. Se sulla necessità di (s?)vendere Bagnoli all’imprenditoria illuminata cittadina sembrano essere tutti d’accordo, un po’ di bagarre è scoppiata ieri, dopo le dichiarazioni di solidarietà da parte del governatore Caldoro al sindaco partenopeo de Magistris: </em></p>
<p style="text-align: justify;">Le parole di solidarietà del governatore Caldoro per il sindaco de Magistris a proposito dell’inchiesta <em>Why not</em> che vede l’ex pm rinviato a giudizio, fanno scoppiare un caso politico nel Pdl, proprio nel giorno in cui Berlusconi sceglie Nitto Palma come commissario del partito in Campania per traghettare il Pdl del dopo-Cosentino. La miccia la innesca Gianni Lettieri, candidato sindaco lo scorso maggio, sconfitto proprio da de Magistris, che si dice «stupito» dal fatto che «Caldoro, con il quale condivido molte idee e che sto apprezzando per quanto sta facendo alla guida della regione, abbia rilasciato dichiarazioni di solidarietà così articolate a de Magistris in seguito al rinvio a giudizio per l’inchiesta <em>Why not</em>». (paolo cuozzo, il corriere del mezzogiorno, 25 gennaio)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Non chiedetemi perché soffermarsi così tanto</em></strong><em> su una dichiarazione tutto sommato inutile del capo dell’opposizione al Comune di Napoli. Non saprei cosa rispondervi. Ma sembra che insieme alla benzina e alla verdura, il blocco odierno dei tir abbia stoppato anche l’arrivo di notizie. La rassegna quotidiana, infatti, oltre alle due perle citate sopra, non offre un granché. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’altro “fatto” del giorno (appunto) è, come avrete intuito</em></strong><em>, la nomina a commissario del Pdl per l’ex ministro della giustizia Nitto Palma; o ancora il fatto che ministro Clini sia volato a Bruxelles per provare a evitare sanzioni (parliamo di munnezza) all’Italia; se nemmeno vi basta, sappiate che sulla tangenziale ci sono ogni giorno undicimila auto in meno; e se siete proprio degli ingordi, è giusto mettervi al corrente del fatto che hanno preso un ucraino che cercava di rubare nella casa di De Sica a Capri, o che il Napoli è interessato all’attaccante dell’Atalanta Gabbiadini. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per quanto mi riguarda, la rassegna finisce.</em></strong><em> Anzi no, vi consiglio, prima di chiudere, una pregevole intervista sugli eventi degli ultimi giorni, al leader del movimento MPA Raffaele Lombardo, nonché governatore della regione Sicilia. L’intervista la trovate su </em>Il Mattino<em>. Il consiglio migliore, penso sia inutile dirlo, è quello di evitarla. Buone cose. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>a cura di pazzaglia</em></p>
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		<title>Chi sono oggi i nostri maestri</title>
		<link>http://www.napolimonitor.it/2012/01/25/10445/ultimo-saluto-a-vincenzo.html</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 23:01:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sant’Agata di Militello, 23-24 gennaio 2012 In una giornata incerta, iniziata col sole e conclusasi con una leggera pioggerella, si è celebrato a Sant&#8217;Agata di Militello, provincia di Messina, il funerale di Vincenzo Consolo, autore tra i più creativi e singolari della storia della letteratura italiana degli ultimi cinquant&#8217;anni. Come da suo volere la funzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10446" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/®_archivio_monitor_21-1.jpg" rel="lightbox[post-10445]" ><img class="size-full wp-image-10446" title="-®_archivio_monitor_21 (1)" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/®_archivio_monitor_21-1.jpg" alt="" width="600" height="1093" /></a><p class="wp-caption-text">(archivio disegni napolimonitor)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Sant’Agata di Militello, 23-24 gennaio 2012</span><br />
In una giornata incerta, iniziata col sole e conclusasi con una leggera pioggerella, si è celebrato a Sant&#8217;Agata di Militello, provincia di Messina, il funerale di Vincenzo Consolo, autore tra i più creativi e singolari della storia della letteratura italiana degli ultimi cinquant&#8217;anni. Come da suo volere la funzione si è svolta presso la piccola cappella del Sacro Cuore, collocata all&#8217;interno dell&#8217;istituto salesiano frequentato dallo stesso scrittore durante la sua infanzia, e descritto, anche se sotto anonime spoglie, nelle bellissime pagine della sua prima opera, <em>La ferita dell&#8217;aprile</em>, uscito nel 1963 per Mondadori. Una bara semplice, tutta in legno e senza decorazioni alcune. Poggiati sulla superficie superiore del feretro diversi nastri di fiori. Insieme ai parenti, ai compagni più intimi e alcune personalità politiche locali, vi erano numerosissimi amici santagatesi, legati fraternamente allo scrittore che coltivava un rapporto molto forte con la sua città natale, al punto da esprimere negli ultimi tempi proprio il desiderio di voler ritornare a vivere nella sua isola, per morirci. Ma così non è stato e lo scrittore, afflitto da un tumore, è morto a Milano, città che ha abitato sin dagli studi universitari per poi stabilirsi definitivamente a partire dal 1968, quando lui aveva ormai trentacinque anni e provava il bisogno d&#8217;allontanarsi da una Sicilia che cambiava velocemente, stravolta dalla migrazione e dal cambio antropologico di quegli anni. Nell&#8217;omelia, presieduta da Don Enzo Vitanza, si è ricordato così questo legame con la sua terra natìa ma anche la sua spinta verso la ricerca della giustizia. A fine celebrazione anche il sindaco di Sant&#8217;Agata, Bruno Mancuso, ci ha tenuto a ricordare lo scrittore mettendo sempre in luce questo legame indissolubile con il territorio. Eppure si ha la sensazione di sentirsi ancor più mutilati nel vedere il contrasto tra questa sobria funzione, che rispecchia la personalità un po&#8217; schiva di Consolo verso le situazioni troppo appariscenti e mediatiche, e il suo rumoroso paese natale che all&#8217;esterno della chiesa, data la breve tregua concessa dal movimento dei forconi negli ultimi giorni, è alle prese con le lunghe file di automobili assetate di idrocarburi e in attesa di fare il pieno. E&#8217; difficile anche elaborare il trauma solo attraverso quanto è stato scritto il giorno successivo alla scomparsa dell&#8217;autore. Forse non siamo ancora in grado di capire quanto veramente abbiamo perso, come siciliani ma soprattutto come italiani. Va segnalato un bellissimo articolo apparso nelle colonne del <em>Corriere della Sera</em> il giorno successivo alla morte di Consolo, avvenuta il 21 gennaio, che porta la firma del suo caro amico Corrado Stajano. Quest&#8217;articolo ripercorre alcuni momenti finali della vita di Consolo ma accostandoli all&#8217;immagine del «grillo saltellante dalla marina alla montagna» e sprizzante d&#8217; «allegria beffarda» che traspare dalle pagine del già citato <em>La Ferita dell&#8217;aprile</em>. Ma, probabilmente, oltre a perdere l&#8217;autore che più di tutti è stato in grado, grazie anche alla sua archeologia della parola, di dare voce alle tante Sicilie e ai tanti uomini che queste Sicilie le hanno abitate e attraversate, stiamo perdendo una persona incredibilmente armata di passione civile e umanità, per cui lo scrivere non poteva essere fine a se stesso e auto-assolutorio ma doveva rappresentare un tentativo di ricerca della verità. In Consolo quest&#8217;impeto non si traduceva solamente nella stesura di libri ma anche in quella che lui, rifacendosi a Ronald Barthes, chiamava la scrittura d&#8217;intervento, fatta di articoli concernenti il contemporaneo e che nel suo caso apparvero in diversi testate nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Così, se da una parte gli articoli gli permettevano di mettere le mani</span> direttamente sull&#8217;attualità, i suoi libri, frutto di ricerche accuratissime sia sul piano storico che linguistico, sono indagini di Sicilie passate, le cui narrazioni non lineari, piene di rotture e stratificazioni linguistiche, riescono a dare un&#8217;idea poliprospettica di quanto stava avvenendo &#8211; con un richiamo costante al presente, dando voce a quei vinti che ciclicamente nei suoi lavori più belli provano a ribaltare le sorti del destino. Un genere difficile da definire dove gli estromessi dalla storia ufficiale prendono parola e agiscono anelando a un progresso sociale e materiale che gli permetta di sfuggire dalle grinfie secolari dello sfruttamento. Fra questi vinti spuntano anche improbabili aristocratici illuminati che decidono di scendere in campo e sporcarsi le mani, come è appunto il caso del barone di Mandralisca (per alcuni appunto considerato un anti-Gattopardo) nel capolavoro del<em> Sorriso dell&#8217;ignoto Marinaio </em>(Einaudi 1976), dove assistiamo a una rivoluzione tradita proprio nel momento in cui si stava facendo l&#8217;Italia. Al valore metaforico delle sue opere, ambientate nel passato ma col fine di raccontarci il presente, si aggiunge anche il suo sperimentalismo linguistico, conseguenza della morte dell&#8217;italiano e del romanzo, che viene scandito da innesti linguistici fatti di arcaismi e continui prestiti dal dialetto. La parola viene lavorata e resa musicale. Il risultato è unico, una prosa poetica. La portata intellettuale dei suoi lavori è stata riconosciuta anche nel resto del mondo dove gli sono stati dedicati convegni e seminari, oltre alle tantissime traduzioni in lingue straniere delle sue opere.</p>
<p><span class="capoverso-blu">Così, mentre si percorre il tragitto che dalla chiesetta</span> del Sacro Cuore porta al cimitero di Sant&#8217;Agata, la sensazione è quella di spaesamento. Ci si sente orfani adesso. Ci si chiede che cosa rimane di questa schiera di scrittori come Vittorini e Sciascia, che hanno saputo raccontare la Sicilia e l&#8217;Italia. Che hanno saputo farlo con dedizione e passione. La scomparsa di Vincenzo, o Enzo, come veniva chiamato dagli amici più intimi, ci lascia come eredità una domanda pesante: e ora, con questa nuova assenza, chi sono oggi i nostri maestri?</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie di tutto Enzo, e che la terra ti sia lieve <em>(ivan mammana)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>24 gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 09:09:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I giornali nazionali titolano in prima pagina con la notizia del morto dovuto alle proteste dei tir. Di conseguenza le frasi del giorno sono «sale la tensione» e «c’è scappato il morto». A causa degli scioperi naturalmente ci sono dei disagi, dovuti alla funzione stessa dello sciopero che per definizione priva qualcuno (oggi la maggioranza) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" rel="lightbox[post-10438]" ><img class="alignleft size-full wp-image-6126" title="rassegna-stampa" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2011/04/rassegna-stampa.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>I giornali nazionali titolano</strong> in prima pagina con la notizia del morto dovuto alle proteste dei tir. Di conseguenza le frasi del giorno sono «sale la tensione» e «c’è scappato il morto». A causa degli scioperi naturalmente ci sono dei disagi, dovuti alla funzione stessa dello sciopero che per definizione priva qualcuno (oggi la maggioranza) di un servizio. In questo caso la parola d’ordine dei quotidiani è «psicosi pubblica». Hai quasi paura di scendere in strada leggendo queste parole, come se ci fossero masse di uomini zombi in giro alla ricerca di carburante e beni di prima necessità. Tutto ciò non poteva non colpire la città partenopea, o meglio i suoi giornali.</em></p>
<p>A Napoli e provincia sono stati presi d’assalto i distributori di benzina e i supermercati. In alcuni quartieri il carburante sarebbe terminato, così come alcuni beni di prima necessità. Stando all’Unipan, tra due giorni potrebbero terminare pure le scorte che garantiscono la produzione di pane. Disagi anche sul fronte della raccolta rifiuti, visto che questa mattina a Napoli ci saranno circa 600 tonnellate di immondizia non raccolta per le strade. Anche questo  causa dei blocchi. (antonio salvati, la stampa, 24 gennaio 2012)</p>
<p><em><strong>Questi i fatti.</strong> Ora vediamo cosa effettivamente sarebbe successo, osservando da vicino la questione dei rifiuti, tanto per cambiare.</em></p>
<p>Compattatori vandalizzati nella notte dagli autotrsportatori: gomme forate, pietre contro le vetture e vetri rotti. Alcuni mezzi sono stati danneggiati in maniera quasi irrimediabile. Ben ventidue autocompattatori per la raccolta dei rifiuti solidi urbani sono quindi finiti nel vortice della protesta. Tant’è che fin quando andrà avanti la protesta dei camionisti che sta mettendo in ginocchio l’Italia e particolarmente il Mezzogiorno, questore e prefetto hanno disposto la scorta per i mezzi che prelevano l’immondizia tra le strade di Napoli. (mario rotorno, roma, 24 gennaio 2012).</p>
<p><em><strong>Strategia del tir-rore?</strong> Ops, scusate, del terrore. Certo effettivamente ci sono dei disagi, ma dobbiamo veramente credere che il 2012 dei Maya era una protesta di camionisti? Può darsi, tutto è possibile e forse l’Apocalisse oggi può darsi solo con la mancanza di carburante.</em></p>
<p><em><strong>Per rimanere nella strategia</strong> del tir-rore, pure i tassisti pare abbiano deciso di usare le maniere forti con i propri nemici, anche se le accuse sono semplici illazioni.</em></p>
<p>Un cassonetto di rifiiuti riversato davanti al portone dello stabile dove vive il comandante dei vigili urbani di Napoli, Luigi Sementa. E, lungo la stessa strada – in via Cisterna dell’Olio – pneumatici forati per 15 auto in sosta. Non hanno dubbi gli uomini della polizia municipale: quello di ieri è stato un atto intimidatorio nei confronti del generale. [...] Un gesto dietro il quale, secondo lo stesso Sementa, potrebbe esserci una frangia estremista di tassisti. [...] Ma la rosa degli “scontenti” resta ampia e dunque i possibili colpevoli, i possibili autori del gesto, possono essere davvero tanti. Dai parcheggiatori abusivi agli ambulanti sgomberati da diverse zone della città c’è solo l’imbarazzo della scelta, per finire ad altre categorie meno evidenti, ma ugualmente finite nel mirino dei controlli della municipalità (a.p.m., corriere del mezzogiorno, 24 gennaio 2012).</p>
<p><em><strong>Certo che la polizia</strong> municipale pure se le cerca.</em></p>
<p>Quattrocentoquarantuno tassisti napoletani sono stati denunciati dalla polizia municipale per il reato di interruzione di pubblico servizio. Si tratta per la maggior parte dei tassisti che dall’undici al diciassette gennaio hanno occupato piazza del Plebiscito per protestare contro il pacchetto di lieralizzazione del governo (ci. cre., cronache di napoli, 12 gennaio 2012).</p>
<p><em><strong>Aspettiamo con ansia</strong> (che pare essere il sentimento più adatto per i nostri tempi) gli sviluppi della protesta e le reazioni degli uomini zombi. Domani è un altro giorno, avrebbe detto Rossella in Via col vento. Francamente me ne infischio.</em></p>
<p><em>a cura di arsenio lupino</em></p>
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		<title>In ricordo di Vincenzo Consolo</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 00:31:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In ricordo di Vincenzo Consolo, morto sabato scorso a Milano, riproponiamo un&#8217;intervista apparsa nel 1993 sul numero 2 della rivista Dove sta Zazà. Cosa dobbiamo a Sciascia a cura di Goffredo Fofi. Vincenzo Consolo è il maggior scrittore siciliano di oggi, certo uno dei più radicali nelle sue scelte (un linguaggio non recuperabile dalla medietà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10432" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/®_archivio_monitor_41-2.jpg" rel="lightbox[post-10431]" ><img class="size-full wp-image-10432" title="-®_archivio_monitor_41 (2)" src="http://www.napolimonitor.it/wp-content/uploads/2012/01/®_archivio_monitor_41-2.jpg" alt="" width="600" height="610" /></a><p class="wp-caption-text">(archivio di disegni napolimonitor)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>In ricordo di Vincenzo Consolo, morto sabato scorso a Milano, riproponiamo un&#8217;intervista apparsa nel 1993 sul numero 2 della rivista Dove sta Zazà.</em></p>
<p class="capoverso-blu" style="text-align: justify;">Cosa dobbiamo a Sciascia</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di Goffredo Fofi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vincenzo Consolo è il maggior scrittore siciliano di oggi, certo uno dei più radicali nelle sue scelte (un linguaggio non recuperabile dalla medietà televisivo–giornalistica, su temi poeticamente alti e storicamente centrali). Abbiamo chiesto all&#8217;autore di </em>La ferita dell&#8217;aprile<em>, di </em>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio<em>, di </em>Retablo<em>, di </em>Le pietre di Pantalica<em> e di </em>Nottetempo casa per casa<em> una testimonianza sulla figura e sull&#8217;opera di Sciascia, suo maestro e suo amico.</em></p>
<p><em>Cosa è stato Sciascia per te?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Sciascia mi ha illuminato su una parte della Sicilia,</span> su una zona morale della Sicilia che io non conoscevo. Io avevo conosciuto si e no una certa età, una certa epoca, una Sicilia che chiamerei «verghiana», una Sicilia di sentimenti, di rassegnazione, di stasi e di dolore inesprimibile che era il mondo verghiano. Naturalmente, avevo letto anche Pirandello, ma mi sembrava che il ragionamento pirandelliano posasse tutto su una frattura, su un vallo che esisteva tra la realtà e quella realtà dialettica che era il ragionamento pirandelliano, che poggiava proprio su questa frattura e quindi entrava in una sfera di ragionevole illogicità, un po&#8217; come nel mondo kafkiano, dove c&#8217;è una realtà che poggia, che viene costruita su una sorta di metafisica. Leggendo Sciascia mi accorsi per la prima volta, e anche con consolazione, che esisteva una Sicilia dove il pensiero si muoveva, una Sicilia di ragione che io non conoscevo. La conobbi leggendo il primo libro, <em>Le parrocchie di Regalpetra</em>. Quando pubblicai il mio primo racconto, <em>La ferita dell&#8217;aprile</em>, la mia prima preoccupazione fu di mandarglielo dichiarando il mio debito nei suoi confronti, perché mi aveva salvato dall&#8217;abbandono verso la zona del sentimento, della mancanza di ragione che credo sia il male maggiore della Sicilia. Anche lo stesso Vittorini, per esempio, un uomo fortemente impegnato con la storia, mi aveva educato a questo abbandono al lirismo. Forse, se devo trovare un precedente a Sciascia lo trovo, sia pure in altre forme e con altri toni e presupposti, in Brancati: un Brancati loico, sarcastico, che però interpretava la realtà siciliana in quella chiave di erotismo che noi conosciamo, con la distruzione di quelli che erano i luoghi comuni, la stupidità del mondo attraverso la chiave del sarcasmo e del comico.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Sciascia mi ha fatto vedere per la prima volta</span> l&#8217;esistenza di una Sicilia del ragionamento. Andandolo a trovare, quando pubblicai il mio primo romanzo ancora abitava a Caltanissetta ed era un maestro elementare assolutamente sconosciuto, scoprii la Sicilia del Nisseno, al confine con il mondo agrigentino, e mi accorsi della sua esistenza e dell&#8217;esistenza di ragioni storiche per cui quella Sicilia era diversa da tutto il resto dell&#8217;isola, ed era la Sicilia dove c&#8217;era stata la rivoluzione degli zolfatari, i lavoratori dello zolfo che avevano trovato nel primo socialismo della fine Ottocento, nel socialismo romantico, la speranza di riscatto, il desiderio di cambiare la loro condizione sociale. Sappiamo che queste cose finirono con i fasci siciliani e con la repressione; però nell&#8217;agrigentino io ho notato una diversità da tutto il contesto siciliano: l&#8217;uomo agrigentino aveva imparato a far muovere il pensiero, cosa che in altre zone della Sicilia non avevo ancora potuto constatare.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">La mia sirena, diciamo il mio pericolo era un altro uomo</span> a cui era vicino e che era Lucio Piccolo. Lucio Piccolo lo conoscevo da bambino perché era di un paese vicino al mio. Per me era un ricco barone e lo pensavo quindi come una persona irraggiungibile, essendo io figlio di popolani. Poi quando pubblicò il mio primo libro di liriche, quando fu scoperto da Montale era il 1956, lo incontrai in una tipografia legatoria del mio paese, quella in cui aveva pubblicato le nove liriche che lo fecero scoprire a Montale e vincere il premio San Pellegrino. Mi invitò ad andarlo a trovare e cominciai a frequentarlo. Piccolo mi insegnò cosa era la poesia, cosa era la letteratura; ma c&#8217;era in questo anche un rischio, perché mi trasportava verso quella tendenza al lirismo e al barocchismo che è spesso della letteratura siciliana. Sciascia fu il correttivo a questa seduzione, il correttivo all&#8217;abbandono verso il lirismo, verso la Sicilia del sentimento con il ragionamento, con la percezione e la comprensione della storia. Prima di Sciascia c&#8217;era stata naturalmente la lezione di tutti i grandi meridionalisti, e ho capito che Sciascia apparteneva a questo filone (non ultimo Carlo Levi con il <em>Cristo</em> e con <em>Le parole sono pietre</em>) a questo tipo di letteratura memorialistica. Il mio primo racconto aveva l&#8217;ambizione di contemperare le due anime siciliane, l&#8217;anima lirica e l&#8217;anima razionale e storicistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nei tuoi libri c&#8217;è sempre l&#8217;ossessione della storia: il linguaggio e la storia sono i due poli tra cui tu ti muovi, la tragedia della storia e il linguaggio come modo di esorcizzarla, di congelarla, di tenerla a bada. In questo senso il tuo «barocco» non è un barocco di furia, è un barocco di tragedia, molto poco consolatorio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Fra me e Sciascia ci sono dieci anni di differenza,</span> ma sono dieci anni importantissimi perché segnano il passaggio da una generazione a un&#8217;altra. Sciascia ha cominciato a operare letteralmente in una Sicilia ancora dialettale; il suo impegno letterario era quello di uscir fuori da questa dialettica e di scrivere una lingua di assoluta comunicazione e, diciamo, nazionale. Ha quindi scelto una cifra linguistica di tipo illuministico, affondando nel modello dell&#8217;illuminismo francese ma passando attraverso il Manzoni dei <em>Promessi sposi</em>, con una scelta di campo che combaciava perfettamente con quello che egli voleva fare, con il suo progetto letterario. Prima della pubblicazione del <em>Giorno della civetta</em>, mi parlò per la prima volta del romanzo giallo. Io, da letteratino di provincia qual ero, che amavo le letterature altissime e assolute, avevo un grande disprezzo per il poliziesco, per il romanzo giallo. Facevamo allora delle ricognizioni della Sicilia, era come un voler prendere possesso dell&#8217;isola con dei viaggi, paese dopo paese, negli anni dell&#8217;immediato dopoguerra, una sorta di rivisitazione della nostra terra, che io peraltro non conoscevo. Ho scoperto la Sicilia interna grazie a quei viaggi che facevo per andare a trovare Sciascia a Caltanissetta. Eravamo un giorno alla villa dei mostri a Bagheria e il discorso cadde sul romanzo giallo. Io dicevo che il romanzo giallo non mi piaceva, che non mi piaceva la meccanicità della narrazione, che il romanzo giallo non aveva un impegno con la scrittura, e lui sorrideva sornione, perché era proprio sul punto di pubblicare <em>Il giorno della civetta</em>. Quando uscì, capii cos&#8217;era l&#8217;impegno di Sciascia: voleva raccontare, con grande generosità e rinunciando alla letteratura assoluta, attraverso il romanzo giallo poteva raccontare quello che era la realtà contingente non solo della Sicilia ma anche dell&#8217;Italia. Ha fatto grande letteratura partendo da un genere letterario che era, diciamo così, ipotecato come romanzo d&#8217;intrattenimento. Il giallo era un genere ostico alla tradizione italiana e soprattutto siciliana. Quella del romanzo giallo è una struttura logicissima, e in una terra dove di logico non c&#8217;è niente&#8230; Un luogo come la villa dei mostri di Palagonia è emblematico del punto più alto dell&#8217;irrazionalità e della follia sicula, la villa da cui Goethe è scappato spaventato&#8230; Sciascia aveva scelto uno strumento narrativo quanto mai efficace, quanto mai appuntito contro l&#8217;irrazionalità della storia che stavamo vivendo, contro l&#8217;irrazionalità e l&#8217;anarchia del potere, l&#8217;insondabilità del potere eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il giallo di Sciascia non ti ha però influenzato, semmai ti ha influenzato di Sciascia </em>Morte di un inquisitore<em> come vago antecedente dell&#8217;</em>Ignoto marinaio&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Quando ho incominciato a narrare, pensavo di scrivere un romanzo</span> di tipo sociologico come <em>Le parrocchie di Regalpetra</em>, volevo fare una sorta di diario, di resoconto della realtà di un luogo che conoscevo, del luogo della mia nascita, della mia infanzia, della mia esperienza. Quando mi misi al tavolino per scrivere, però, la mia mano andò subito in un altro senso: non mi venne la forma diaristica, cominciai invece a narrare in forma lirico – espressiva, in cui aveva una parte preponderante il linguaggio. Siccome l&#8217;io narrante era un adolescente, questa voce di adolescente mi servì per un linguaggio di tipo trasgressivo, che non poteva essere l&#8217;italiano. Ne venne una forma speculare alla lingua limpida e cristallina che aveva scelto Sciascia; quello di Sciascia non era un italiano curiale o impiegatizio, era un italiano completamente reinventato; dietro la sua limpidezza si sentiva la matrice di una realtà incandescente come quella siciliana. Nella prosa di Sciascia ci sono dei calchi ben precisi di un substrato di tipo dialettale, anche se poi il dialetto è superato e viene in primo piano questa trasparenza ed estrema comunicabilità della scrittura. Io ho voluto fare un&#8217;operazione contraria, ho voluto rompere il codice linguistico italiano muovendomi da una trasgressione di tipo adolescenziale e creando così una lingua d&#8217;impasto tra l&#8217;italiano e, più che il dialettale, un gergo adolescenziale, proprio per dire della trasgressione della materia di cui stavo narrando, un romanzo – lo chiamo romanzo solo per convenzione, semmai è un romanzo breve o un racconto lungo -, <em>La ferita dell&#8217;aprile</em>, in cui intendevo raccontare il secondo dopoguerra siciliano. È un romanzo di tipo pseudo autobiografico, ma di un autobiografico c&#8217;è poco. Ho voluto raccontare un&#8217;ennesima possibilità della Sicilia, con forte attenzione verso la realtà sociale e storica; ho voluto raccontare la ricostruzione dei partiti in Sicilia, ma con grande dissacrazione e grande disincanto, evidenti soprattutto dal punto di vista linguistico. Capivo bene che avrei dovuto raccontare non di me, ma della Sicilia così come me l&#8217;aveva insegnata Sciascia; e però invece di scrivere nel modo saggistico e illuministico, ho cercato di rendere tutto questo attraverso lo strumento linguistico, un eterno strumento trasgressivo e anti–italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questa operazione è poi continuata&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Si, è continuata. </span><em class="capoverso-blu">La ferita dell&#8217;aprile</em><span class="capoverso-blu"> è il romanzo</span> più storicamente vicino nel tempo. Ero partito dall&#8217;assunto che tra me e Sciascia ci sono dieci anni di differenza. Quando Sciascia ha cominciato a scrivere esisteva ancora una Sicilia dialettale, quando ho cominciato a scrivere io, dieci anni dopo, appartenevo già a una generazione in cui la dialettalità stava sparendo, perché erano intervenuti, a cavallo fra la fine degli anni &#8217;50 e i primi anni &#8217;60, l&#8217;esplosione dei mezzi di comunicazione di massa, la burocratizzazione del paese, il grande fenomeno delle emigrazioni delle realtà meridionali, il grande spostamento verso il nord. Ero di fronte a una realtà diversa da quella di Sciascia. Dal primo al secondo romanzo, poi, subii biograficamente uno sradicamento e un reinnesto in una realtà diversa: scelsi di lasciare la Sicilia e di trasferirmi a Milano, consigliato anche dallo stesso Sciascia. Mi disse proprio, devo dire fraternamente, se non paternamente, «Se fossi più giovane partirei anch&#8217;io, perché qui non c&#8217;è più speranza». E in effetti in Sicilia non c&#8217;era più speranza, la storia bloccata o almeno sequestrata dal potere costituitosi con le elezioni del &#8217;48, da questa pietra tombale che era caduta non solo sulla Sicilia ma sull&#8217;Italia, dall&#8217;instaurarsi del regime politico democristiano; tutte le speranze che si erano accese nel dopoguerra erano cadute. Nel &#8217;68 venni dunque a Milano, attratto anche dalla sirena vittoriniana che invitava a vedere le nuove realtà sociali che si formavano, a cercare di raccontarle, di registrarle: registrare il contadino meridionale che si trasformava in operaio&#8230; Registrare anche linguisticamente, diceva Vittorini nel «Menabò» le <em>coinè</em> che si sarebbero formate. Ma Vittorini non aveva calcolato il valore distruttivo della televisione&#8230; Sono rimasto per anni in silenzio perché non possedevo lo strumento linguistico con cui raccontare lo sradicamento subito; e fu una pausa di tredici anni. Quando ero arrivato a Milano nel &#8217;68 – &#8217;69 avevo fatto molto giornalismo, ma quando mi decisi a scrivere, capii che per poter raccontare avrei dovuto tornare in Sicilia. Mi sembrava che dovessero camminare di pari passo il recupero linguistico con il recupero della storia, e venne di qui l&#8217;esigenza di andare indietro nel tempo e di scrivere in forma storica e metaforica, e la scrittura mi serviva anche a recuperare un patrimonio linguistico che si stava perdendo. Con <em>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio</em>, che uscì nel &#8217;76, ho voluto raccontare l&#8217;Italia degli anni &#8217;70 attraverso un romanzo ambientato nel 1860 in Sicilia attraverso i temi che allora si agitavano: l&#8217;intellettuale di fronte alla storia, l&#8217;impegno dell&#8217;intellettuale, le persone che non hanno la capacità di scrivere, e di esprimersi&#8230; Non ho fatto la storia romanzata, ho cercato di fare il romanzo storico proprio manzonianamente, attraverso il recupero del linguaggio e attraverso anche una sperimentazione della struttura narrativa, ho cercato di non fare il romanzo storico, completo e pieno senza possibilità d&#8217;intervento da parte del lettore, bensì con una struttura rotta. Non so se ci sono riuscito. Però ripeto, c&#8217;era bisogno del linguaggio. Il problema della lingua in Italia è il problema cruciale per chi scrive.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">In Sciascia c&#8217;era anche un po&#8217; l&#8217;influenza di un linguaggio requisitorio,</span> inquisitorio, un linguaggio un po&#8217;, come diceva Stendhal, da catasto ma anche da ufficio di pubblica sicurezza, un linguaggio loicoavvocatesco. Questo linguaggio è passato in qualche modo in quello dei giudici di oggi che sono molto diversi dai giudici di ieri, dai giudici del tempo di Sciascia che usavano una retorica dell&#8217;Ottocento, fiorita, frondosa, ma reticente, che allude, che non dice mai. I giudici alla Falcone parlano invece con grande franchezza. Si potrebbe perfino dire che mentre l&#8217;intellettuale, come punta di lancia, di una messa in discussione del potere, non conta più molto in Italia, perché il suo ruolo è stato preso e distrutto dal giornalismo e dalla televisione, ai cui linguaggi si è piegato, il linguaggio dei giudici e degli avvocati, che partiva così disprezzato (dire «linguaggio avvocatesco» era un insulto) è cresciuto invece su altri versanti e ha preso molto da Sciascia. Un incrocio curioso, un innesto curioso&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">Il linguaggio avvocatesco meridionale era quanto di più corrotto</span> e di più ipotecato dal potere, era trasversale, allusivo e coperto dalla retorica. Un esempio lo si può ricavare da <em>Delitto d&#8217;onore</em> di Arpino, dove c&#8217;è una grande figura di avvocato&#8230; Ma anche Salvemini parlava di famosi «paglietta» meridionali che erano quanto di più corrotto culturalmente si potesse immaginare, e Carlo Levi li raffigurò nei «Luigini» del fascismo&#8230; Diciamo che la magistratura e i loro corrispettivi, gli avvocati, vivevano tutti da una cultura di tipo leguleio. Da una parte c&#8217;era il linguaggio curiale dei preti, altrettanto retorico, evasivo e illusorio, e dall&#8217;altro il linguaggio delle preture e dei tribunali, un linguaggio corrotto, quello che Vittorini odiava e disprezzava. Sciascia per la prima volta, attraverso i suoi romanzi gialli, portò una linea manzoniana nordica&#8230; Se Vittorini aveva trasferito una Lombardia in Sicilia un po&#8217; liricamente e retoricamente, Sciascia trasferì effettivamente in Sicilia una linea di illuminismo lombardo Verri, Beccaria e Manzoni mutandola attraverso la Francia. Oggi, caduta la funzione di un intellettuale come Sciascia, il suo posto lo hanno preso i giudici. C&#8217;è stato un grande cambiamento in queste categorie statali, sono categorie che prima non si erano viste nel meridione. E non è un caso che i giudici palermitani abbiano dichiarato il loro debito ai libri di Sciascia. Sciascia ha aiutato molto alla disciplina del ragionamento attraverso il linguaggio di tipo inquisitorio e poliziesco, la prassi poliziesca del ragionamento&#8230; Molto spesso, quando prendeva provocatoriamente determinate posizioni, per esempio al tempo del terrorismo e poi dell&#8217;antimafia, quello che per lui era un ragionamento, un metodo da seguire, per molti pigri intellettuali e giornalisti è stato riassunto in slogan che tradivano il suo pensiero. Per esempio, il suo non sentirsi obbligato a fare il giudice popolare in un eventuale processo contro il terrorismo fu sintetizzato nel «né con le Br né con lo Stato»; ci furono gli stalinisti di sempre, i retori da televisione, che l&#8217;accusarono dicendo: «Sciascia sei con le Brigate rosse». Lo stesso è successo con la polemica sui professionisti dell&#8217;antimafia. Lui cercò di criticare la motivazione con cui il Consiglio superiore della magistratura aveva promosso Borsellino a Procuratore di Marsala; invece di prendersela con il Consiglio superiore della magistratura e le sue risibili motivazioni, se la presero con Sciascia&#8230; E gli stupidi del momento inveirono contro di lui dicendo che faceva il gioco della mafia. Il ragionamento e la disciplina logica sono molto difficili, noi siamo portati allo slogan, alla frase fatta e alle affermazioni apodittiche, soprattutto oggi, in questo mondo di retori e di ciarlatani da piccolo schermo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel Sud, come in tutta l&#8217;Italia degli anni &#8217;60, è finita una storia, è arrivata una specie di modernità, attraverso un tipo di benessere molto falso&#8230; Individui ancora nella società siciliana o nel carattere siciliano delle costanti, oppure il cambiamento è stato così radicale da costringere lo scrittore a trincerarsi in un&#8217;appartata difesa di valori, che non corrispondono però agli interessi di massa attuali?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">L&#8217;unica costante siciliana è la mafia, l&#8217;unica continuità che si è avuta</span> dopo il radicale cambiamento degli anni &#8217;60, l&#8217;unica cosa rimasta è la mafia. La mafia del feudo si è trasferita in città, si è inurbata, ha saccheggiato le città, soprattutto Palermo; poi è diventata mafia in simbiosi perfetta con il potere, se non lo è sempre stata; quindi il grande affare della droga. Anche Sciascia a un certo punto si è arrestato di fronte all&#8217;insondabilità del male, e in un&#8217;intervista ha dichiarato: «Non ci capisco più niente». Stando a Recalmuto, conosceva la mafia contadina e aveva visto la trasformazione prima a Caltanissetta poi ad Agrigento e Palermo, e le implicazioni con il potere. Aveva raccontato tutto questo ma a un certo punto non ha potuto più raccontare&#8230; Non ha potuto più calarsi nei sotterranei del potere, tra i misteri di cui solo adesso stiamo intravedendo le fila. Dopo la sua scomparsa con <em>Una storia semplice</em>, credo che quelli che hanno potuto raccontare questa storia, rischiando, pagando anche con la vita il fatto di essersi calati nei sotterranei del potere, sono stati i giudici, sono stati Falcone, Borsellino e tutti gli altri&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="capoverso-blu">C&#8217;è stato un cambiamento culturale da allora in poi,</span> e io credo che oggi una letteratura siciliana – parlo della Sicilia, ma la stessa cosa si potrebbe dire dell&#8217;Italia – non rappresenta più il presente; non lo può più rappresentare perché il narratore non ha più la funzione che aveva una volta. La realtà ormai è raccontata giorno per giorno dai mezzi di comunicazione di massa, e come si fa a competere con i mezzi di comunicazione di massa? Un narratore non può farlo. Lo ha fatto Sciascia fino a un certo punto, scegliendo lo strumento letterario del romanzo giallo per cercare di capire cosa c&#8217;era di oscuro&#8230; Moravia ha detto una cosa interessante su Sciascia, che ha fatto il contrario di quello che avevano fatto gli illuministi: gli illuministi partivano dall&#8217;oscurità per arrivare alla luce, Sciascia faceva il cammino al contrario, partiva dalle cose alla luce del sole, dai morti ammazzati, per arrivare all&#8217;oscurità, all&#8217;oscurità del potere mafioso. Quando si diceva che Sciascia era un «vate» da «vaticinio» e cioè vaticinava quello che sarebbe accaduto, questo era frutto del ragionamento: se tanto mi dà tanto, succederà questo, e puntualmente le cose accadevano. Dopo di lui non è stato più possibile. Oggi la realtà ce la raccontano i giudici, la realtà della Sicilia come la realtà di Milano. La letteratura deve quindi avere altre implicazioni che non siano quelle della cronaca e allora, per quanto mi riguarda, praticare sempre di più il romanzo storico e metaforico per un linguaggio che la cronaca non contempla. Soprattutto per la questione fondamentale del linguaggio, ripeto, perché il linguaggio della cronaca è quanto di più antitetico si possa immaginare al linguaggio della letteratura. Il linguaggio della letteratura è un recupero della memoria e soprattutto della memoria linguistica; il giornalismo e la cronaca riguardano solo il presente, un eterno presente che cancella il passato e non lascia immaginare neanche l&#8217;immediato futuro. L&#8217;unico modo per salvarsi che ha la letteratura è, io credo, di spostare il registro linguistico verso quello della poesia, perché la poesia è più irriducibile, meno mercificabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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