Ho una classe complicata, ma bella perché viva e al limite dell’ingovernabilità. Ci sono anche ragazzi che la mia economia cognitiva ed emotiva mi spingerebbe a escludere, nell’illusione perenne, che viene da lontano, molto lontano, della mela marcia, come se da loro venisse un pericolo.
Con fatica, su me stesso innanzitutto, riesco a tenere tutti dentro, anche chi proprio non ce la farebbe e vorrebbe scapparsene. Sono in contraddizione, perché una parte di me pensa che se lui vuole fare teatro, sarebbe bello che se ne andasse e trovasse la sua strada, invece di urlare e stiracchiarsi per quasi tutta l’ora; ma anche se lei, che scrive continuamente del suo sogno – spero ci crediate: per molte è proprio un sogno – di fare l’estetista o, massima concessione al mismatching, la parrucchiera, se ne andasse. Una parte di me pensa che migliorerebbero le loro “competenze” parlando, leggendo e scrivendo dentro i loro sogni. Ma il mio residuo illuminismo li tiene forsennatamente tutti dentro e quel che mi rimane della scuola di tutti e di ciascuno mi impegna a fare un po’ di scuola per ciascuno; ma anche se quell’latro, che spesso flatula (nelle aule si flatula anche) e se sta un un po’ quieto succede solo se disegna come un forsennato, rubacchiando nei borselli dei compagni matite, gomme e pennarelli. Mentre molti loro amici si chiedono che c’azzecca quel che faccio con la scuola. Non solo: ma che è successo all’improvviso? Come se un silenzioso outing avesse fatto emergere alla luce del sole tanti tom boy, tante ambivalenze sessuali con tutto il loro corredo di sofferenze e orgogli. Una classe tradizionale, diciamo così, per cui l’uomo deve fare l’uomo e la femmina la femmina, anche violenta all’inizio contro questi diversi, ma poi alla fine tutti dentro, tutti amici. Dentro anche il meraviglioso ragazzo emigrato, che con l’orgoglio che io ricordo della scuola degli anni Cinquanta, utilizza forsennato la scuola come ascensore sociale e fattore di integrazione, per sentirsi e sentirsi dire “italiano”.
Tutti dentro, navigando anche tra le perplessità, mai ostili, rassegnate semmai, di colleghi e colleghe. Tutti dentro…
Ma che succede oggi? Cos’è questo casino, questo urlare di quindici ragazzi nei corridoi? “Prufesso’, l’aula feta (e non per i flatuli)… Nun se po’ sta! Jamm’a protestà!“. Non mi smuovo, né mi preoccupo. Verifico ed effettivamente c’è un po’ – ma giusto un po’ – di maleodore, ma si può stare.
L’antica sapienza del divide et impera, una volta garantito il diritto alla protesta inviando i rappresentanti in presidenza, una volta garantito questo, con l’antica sapienza pedagogica, tutti sono costretti, per libera scelta… a tornare in aula.
Ma non finisce qui: uno dei ragazzi un po’ diversi urla non diversamente da un ossesso: “Prufesso’ è chill ca feta”, indicando un compagno. Che effettivamente è uno dei ragazzi molto problematici, immensamente problematici, uno di quelli che si autoemargina dicendo che gli altri fanno schifo e che non meritano la sua attenzione (pensate a La livella) e che tutta la scuola fa schifo perché non li manda via, i ragazzacci. Assemblea, ma con regole precise e militari, sennò niente da fare e aprite il libro. Lo scenario ha qualcosa di tragicamente antico, ha qualcosa che viene dal cervello rettile di questi adolescenti, da una cultura che è ancora costruita su questo strato. La puzza, la puzza come se fosse un untore, la puzza viene assunta a fattore di infezione e di esclusione. Eccoli lì, una schiera di ragazzi diversi gli uni dagli altri, pieni di diversità post moderne, capace di tenere dentro immigrati, timidi, ambigui sessuali, eccoli lì tutti uniti contro la puzza e il suo portatore. “Prufesso’, è isso, l’aggio addurato!”, urla come un ossesso uno dei più diversi, portando il suo olfatto a incontrovertibile prova. La ragazza diversa si rannicchia tra le braccia del ragazzino diverso e solidarizza, lei che scrive temi in nome della libertà di decidere la forma della sua anima e del suo corpo, contro quello che puzza. Diventa, e qui perdo, quasi un processo. E io li vedo felici, ma quasi tremanti quasi paurosi, di essere una classe, una comunità che si purifica attraverso il suo capro espiatorio. Ognuno si lava la sua puzza sull’innocente che si candida a fare il capro, a sua volta felice, forse, di poter ridire e imporre ai suoi genitori che è capitato in una scuola di merda e che lo devono portare via da lì, come già hanno fatto pochi mesi fa da un’altra scuola. Mille differenze culturali sono svanite, tutti i loro conflitti sopiti. E l’esclusione torna a fondarsi sulla nuda vita, su un corpo senza diritti, se non quello del capro salvifico. “Te n’è aì! Se ti senti tanto diverso da noi, vattenne! Ma che ce fai ‘ccà?“.
La discussione, inutilmente civile, anzi civilizzata, la incanalo in un po’ di riflessione: ora si parla di differenze di gusti, di abitudini e io provo a dire che ognuno è libero e che – mi rivolgo soprattutto all’ostracizzato – è invece importante che abbia almeno un paio di amici (l’immigrato e il primo della classe) con cui stare e dei docenti che se lo tengono dentro nonostante lui voglia fuggire.
Pare vincere l’oratoria, ma c’è puzza in quelle parole. (sp)






febbraio 13th, 2012 → 11:31 pm @ monitor
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