La penna

gennaio 29th, 201211:59 am @

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Categorie: a bordo linea

Non dirò come ho conosciuto Alfonso. Almeno non ora. Vi sembrerebbe,  a inizio del pezzo, e senza fornire le adeguate spiegazioni, di trovarvi catapultati un testo da teatro dell’assurdo. O, più probabilmente, non ci credereste. La cosa importante è che Alfonso ha settant’anni e abita a piazza Garibaldi. Proprio nella piazza, anzi in una strada alle spalle della statua, dove ha due cartoni, tre cuscini lerci e qualche coperta in fitto bloccato, senza scadenza di contratto. A meno che non passi qualche guardia a cacciarlo via. Alfonso ha poco più di settant’anni, ma ne dimostra almeno cento. In realtà riesce a camminare in maniera autonoma, e parla con una voce forte anche se rauca. Ma ha la pelle raggrinzita, una barba che non si capisce se è grigia per la sporcizia o la vecchiaia, le mani rovinate da calli e bruciature, e regge il proprio pantalone con una specie di grosso elastico. In più non emana certo un odore gradevole.

Alfonso è un lavoratore, ma ora è in pensione da quasi trent’anni. In pensione nel senso che un giorno si è scocciato di lavorare e ha smesso. Dice che è molto più facile smettere con il lavoro che con il fumo. Va detto che ha cominciato a dodici anni, subito dopo la guerra, e ha fatto, in ordine sparso: ragazzo del bar, ragazzo del barbiere, ladro di indumenti agli americani, truffatore, palo nel gioco delle tre carte, panettiere, ciabattino, aiuto idraulico; montatore di cucine a gas, stalliere all’ippodromo di Agnano, facchino, operaio alla pasta Pallante, custode di bancarelle a piazza Mercato. Non durava mai più di due-tre anni, però. Di solito finivano per cacciarlo, dal momento che la voglia di lavorare non se lo divorava (o peggio, perché questo o quell’imbrogliuccio che faceva venivano a galla), mentre in altri casi, più semplicemente, andava via lui perché il lavoro era stancante e malpagato.

«Prima quando ero ragazzo io era come mo’, che uno cambiava cinquanta mestieri e poi trovava quello suo. Io siccome che non lo trovavo ne ho cambiati centocinquanta. Poi dopo, negli anni Sessanta è uscita la cosa del posto fisso», racconta in una delle sue quattro-cinque tirate da tre minuti ciascuno. Con la testa, Alfonso, non sembra stare proprio a posto (in una ventina di minuti mi chiede otto volte una sigaretta, sei come mi chiamo, dieci se gli compro un panino dal Mc Donald’s e almeno venti se ho visto il tipo che stava con lui poco prima). I suoi ragionamenti, però, sono lucidissimi. Mi racconta, per esempio, che l’uomo non ha bisogno di lavorare, se lo fa è per ingordigia, perché vuole sempre troppo. Lui da quando non lavora più vive benissimo: per un periodo, ha occupato una casa vuota dalle parti di Gianturco, poi quando l’hanno cacciato è stato “ospite di amici”, e ora da quattro anni sta per strada. A breve, però, mi dice «morirà una mia vecchia zia a Ladispoli e io potrò andare a casa sua». Per mangiare, dice, la roba si trova sempre, a Napoli i negozianti sono generosi e ti regalano sempre qualche cosa, come il pane che gli avanza, e «poi oggi con due-tre euro stai a posto tutto il giorno. Certo, una mangiata come si faceva una volta me l’andrei a fare volentieri. Però penso che sto tutto sporco e fetente, e in nessun ristorante mi farebbero entrare».

Alfonso l’ho conosciuto quando ho buttato una penna scarica in un cestino, aspettando un amico a piazza Garibaldi. Lui, senza scomporsi, l’è andata a prendere, l’ha messa in tasca e si è avvicinato. Mi ha chiesto se ne avevo un’altra, e ha attaccato a parlare. Le penne Alfonso se le conserva, perché un giorno, approfittando del fatto che fosse mezzo ubriaco, un suo amico tunisino l’ha truffato. Gli ha spiegato che l’uomo che possiede la penna è il più potente di tutti, e lo ha talmente riempito di chiacchiere da convincerlo a scambiarla con la bottiglia di birra che Alfonso era riuscito a recuperare. Ora gli è presa la fissa delle penne, dice che ne sta accumulando tantissime per provare a ricambiare la cortesia al tunisino appena lo vede ubriaco.

Dieci minuti con Alfonso equivalgono a una pomeriggio passato a sorseggiare tè tibetano con il Dalai Lama. Quando il mio amico arriva, lascio ad Alfonso un paio di euro, per un caffè, o per due di quei panini da border (quelli che costano un euro) che vendono al Mc Donald’s. Vado via, sperando di venire a sapere, un giorno, che con quei soldi Alfonso è andato a comprarsi altre due-tre penne Bic. Per ampliare la propria collezione, in vista del dolce momento della vendetta. (pazzaglia)

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