Teresa de Pascale, ostetrica
Di Teresa sentii parlare per la prima volta da un’amica incinta di sette mesi. Me la presentò così: «Ha fatto nascere mezza Napoli». Io ero al quarto mese. Non mi andava di frequentare un corso, di essere istruita su come partorire. Non era una questione di principio, non ne potevo più delle ansie che mi provocavano le visite dal ginecologo, le ecografie, gli esami. Un’amica ogni tanto mi ripeteva: «Guarda che non sei malata», e intanto il faldone dei certificati continuava a crescere.
Alla fine mi decisi ad andare da Teresa. Era fine giugno e l’appuntamento era sotto una magnolia nel bosco di Capodimonte. Feci delle foto: un cerchio di donne panciute sotto un albero, tra loro una donna più anziana dai lunghi capelli bianchi. Se fosse stata notte, sarebbe sembrato un sabba.
Poi nacque mia figlia.
Dopo quasi un anno Teresa viene a casa mia per farsi intervistare. Le preparo qualcosa da mangiare perché è giovedì e arriva direttamente dal “gruppo gravidanza”, come lo chiama lei. Le chiedo di parlarmi un po’ di lei prima di affrontare l’argomento delle nascite. Teresa la prende da lontano e inizia la storia della sua vita. Io sono un po’ preoccupata perché penso che non arriverà mai al dunque, poi mi rilasso, entro nella storia. Tutto quello che mi dice è necessario per capire l’origine del suo modo di stare dalla parte delle donne, l’ostinazione con cui da anni difende e diffonde la cultura del parto naturale.
Mi devo lasciare andare al racconto, così come ci si deve lasciare andare quando si partorisce. Tutto ha un senso nell’esperienza del parto, anche il dolore, e quando lo capisci e ti abbandoni è quando tutto succede.
«Mi chiamo Teresa de Pascale, sono nata a Napoli, ho passato la mia adolescenza in via Girolamo Santacroce. Dopo i vent’anni, quando ho iniziato a lavorare, ho abitato sul Bellaria, che sta sopra Miano, un vecchio monastero diventato una masseria, con una terra grande intorno. Decisi di aggiustare la casa con un compagno con il quale dovevo sposarmi. Lui era medico. Non l’ho conosciuto al lavoro, ma nell’attività politica a Secondigliano. Facevamo un ambulatorio. C’era una parrocchia molto aperta con la quale collaboravamo, c’era il muralista Felice Pignataro con la moglie, insomma eravamo un gruppo. Allora c’era l’idea di farsi i mobili da soli, così impiantammo una falegnameria e facemmo i mobili che ho tuttora. Io lavoravo come infermiera professionale. Avevo fatto il corso come interna al Cardarelli, alla Croce Rossa. Era un convitto. Era quasi militare, però il rispetto dell’ammalato me l’hanno insegnato loro. Era molto grave essere sgarbato con un paziente, una nota di demerito per quelli che ti sorvegliavano in reparto. Lavorai prima in rianimazione, poi in pediatria e poi si aprì il Policlinico; serviva una caposala, io intanto avevo fatto il corso di caposala – allora i corsi di aggiornamento si potevano fare mentre lavoravi – e così andai a fare la caposala di pediatria al Policlinico appena aperto. Ero giovanissima, tutto il personale lo era, fu una bella esperienza.
Mia madre era morta quando avevo dodici anni, poi era morto pure mio padre quando ne avevo ventuno; io lavoravo e decisi di andare a vivere con questo fidanzato, un medico della società bene di Napoli. Questo fu un grave errore. Era subito dopo il ‘68, si pensava di poter fare tutto, soprattutto mi sentivo forte perché lavoravo, guadagnavo, mi facevo bastare poco… però, insomma, una famiglia bene che fa un figlio medico spera di fare un matrimonio adeguato. Avemmo l’ostilità di tutta la famiglia sua. Diciamo che facemmo un po’ parlare. Per fortuna avevamo un giro di persone intorno, di amici, non eravamo isolati. Però quindici giorni prima del matrimonio decisi di non sposarmi più. Mi sembrava di andare a infilarmi nella tana del lupo. Pensai che potessimo convivere senza sposarci, ma non funzionò. Io non avevo genitori a cui dover rendere conto, invece per lui era difficile far accettare questo alla famiglia. Il rapporto finì dopo un po’, andò in crisi sopratutto dopo questo matrimonio imminente, già organizzato, che non si realizzò.
A ventitre anni non mi sentivo capace di fare la caposala in un reparto di pediatria che si stava aprendo, quindi andai al Gaslini di Genova per tre mesi, il mio mese di ferie più due mesi dati da loro e vidi come si organizzava un reparto del genere. Allora queste cose erano possibili. Riprodussi la struttura di un reparto del Gaslini e la cosa funzionò. Facevamo incontri a ogni cambio di turno, quindi tutte le infermiere sapevano quello che succedeva in tutte le stanze. Ogni riunione durava un quarto d’ora. Era una prassi indispensabile perché il personale era giovane, anche il personale medico. Oggi questo non si fa, a stento si scrive qualcosa o si dà qualche ordine.
Al Policlinico c’era ancora tanto spazio, c’erano i prati e così decidemmo di fare l’asilo del personale organizzando dei turni. Le pediatrie sono divise per stanze, ci stanno i neonati, i grandi, gli infettivi, eccetera. Il lavoro di ogni stanza è un po’ separato dagli altri. Invece, riunirsi insieme ci fece diventare un gruppo che aveva anche un’uniformità di comportamento. Allora, per esempio, le mamme si tenevano fuori dal reparto, non potevano essere ricoverate con i bimbi; e noi dovevamo sorvegliarle, queste mamme che cercavano di entrare; dovevamo cacciarle, una cosa tristissima. Allora facemmo una lettera alla direzione sanitaria, firmata da tutto il personale, dicendo che per noi le mamme erano terapeutiche per i bimbi e che non le avremmo più tenute fuori. Loro potevano decidere come volevano, pero noi non le avremmo più cacciate.
Erano anni belli. Poi, però, proprio lavorando in pediatria, capii che non erano né i farmaci né la struttura sanitaria che guariva i bimbi, anzi. Nel frattempo le malattie stavano diventando croniche, aumentavano i tumori. Venivano dalla Calabria e dal casertano tanti bimbi con la leucemia. Erano i primi anni Ottanta. Mi ricordo questi bimbi belli, floridi, che venivano con le diagnosi per accertare la leucemia e dopo due mesi di trattamenti nostri erano depressi, svuotati. Erano dolorose le terapie e poi i farmaci che facevamo li debilitavano e siccome venivano dalle campagne c’era un bel contrasto da come uno arrivava a come lo avevamo ridotto; e poi naturalmente la morte di questi bimbi… qualcuno si salvava, ma molti morivano ed era difficile, soprattutto perché pensavi che non era quello il modo di curarli. Lo avevi torturato per gli ultimi tre anni della sua vita, ma che avevi ottenuto? Allora era normale che un bimbo che stava molto male andasse a casa e non si lasciasse morire in ospedale, ed era normale che a turno andassimo a casa sua per non sospendergli le terapie, per mettergli le flebo, per idratarlo, perché non mangiava più. Facevamo terapie di mantenimento.
Tutto questo era molto forte e molto stimolante. Ciò nonostante capii che non era quello che volevo continuare a fare, quindi mentre stavo lì feci il corso di ostetrica al Policlinico. Le lezioni erano pomeridiane, poi facevo la pratica di notte, nei giorni di riposo. Non avevo figli, ero libera. Il corso di ostetrica durava un anno. Però il modo di trattare le donne mi sembrava che… insomma, che non fosse efficace, semplicemente non fosse efficace, e quindi cercai qualcosa d’altro. Era il tempo della filosofia di Leboyer, di Odin. Così attraverso il gruppo dei “reichiani” – allora Napoli era una specie di parrocchia, ci si conosceva tutti – arrivai in un ospedale di Parigi, il Lilla, dove c’era un direttore sanitario che faceva il parto secondo il metodo di Leboyer. Questo nel ’77, avevo ventisette anni. Anche lì presi il mio mese di ferie e altri tre mesi di permesso e mi misi al seguito di un’ostetrica della maternità del Lilla, che per caso lavorava anche da Odin. Non spesi una lira di alloggio perché allora c’era questa sorta di solidarietà che se volevi fare una cosa entravi in un giro. Io non conoscevo nemmeno chi mi dava la casa. Questa facilità di viaggiare ha permesso una diffusione enorme, uno grande scambio tra le persone.
L’esperienza al Lilla non fu una rivelazione, certe idee già le avevo, quelle del movimento femminista secondo cui il modo di partorire in ospedale era violento e non dava spazio alla donna. Ma il parto poteva essere rischioso, quindi bisognava organizzarsi per farli. Così quando tornai cominciai a fare i parti in casa a Napoli. C’era un ginecologo che mi aiutava, lo facevamo insieme perché era una sperimentazione. In realtà erano le donne che volevano farlo. All’inizio quelle del movimento: come decisero di fare l’aborto tra loro, poi decisero di partorire tra loro. Era una elite. Cominciammo e ci andò sempre bene… insomma, guai non ne facemmo. Io continuavo a lavorare in pediatria, finché non rimasi incinta del compagno dal quale ho avuto i miei quattro figli. Io stessa partorii in casa, con un medico del Policlinico amico mio, che sapeva che se non veniva lui ad aiutarmi avrei trovato un altro sistema… Non c’erano tante ostetriche che lo facevano, anzi a Napoli non ce n’erano proprio.
A un certo punto il padre di Lucio andò a fare il servizio civile di due anni in Mozambico come medico e io dopo un po’ lo raggiunsi. Andai a lavorare per il governo, perché non essendo sposata non potevo avere il posto al CUAMM, una ONG di gesuiti. Presi l’aspettativa senza assegni per tre anni al lavoro – allora gli statali potevano farlo – ed ebbi un contratto da centocinquantamila lire, però con quei soldi in Mozambico ci vivevi. Ero orgogliosa di avere un contratto con il governo del Mozambico piuttosto che con il CUAMM, anche se è stato perché loro mi hanno rifiutato.
Era subito dopo l’indipendenza, e lì c’era veramente tutto il mondo. Era il primo governo comunista in Africa, quindi sostenuto da Cuba, i russi, i cinesi… insomma, i cinesi un po’ in disparte perché c’erano i russi. Ovviamente niente di buono, figurati che i russi tenevano una striscia di terra sul mare, quindi avevano il monopolio della pesca; la gente di là nell’oceano poteva usare solo le barchette, le navi da pesca erano tutte per la gerarchia politica russa e poi al mercato ci mandavano i sardoni del mar Baltico, e quando andavamo a fare la spesa il venditore ce li scalpellava perché erano ghiacciati, ci scalpellava il pesce al mercato in un posto così… Quindi niente di buono, però era un punto d’incontro di gente di tutto il mondo: svizzeri, olandesi, cubani. Dopo l’indipendenza si era spopolato, non c’erano più medici, né ingegneri, le fabbriche non avevano più dirigenti, perché i portoghesi erano andati via. Anche lì fu un momento speciale, poi dopo tre anni cominciò la guerriglia. C’erano i mercenari assoldati dal Sudafrica, dieci persone ti mettevano in ginocchio un paese, girando, ammazzando, bruciando i villaggi. Dovemmo andar via, non si poteva più girare per le strade, uccidevano soprattutto i cooperanti, agli altri tagliavano le orecchie perché andassero in giro e trasmettessero la paura, ma i cooperanti li ammazzavano perché non volevano più testimoni dall’estero.
È in Mozambico che ho imparato a fare l’ostetrica e ho imparato come un’altra cultura può relazionarsi con i bimbi senza innescare la competizione. E poi il loro modo di partorire, il loro modo di separare rigorosamente in ospedale la fisiologia dalla patologia perché c’era tanto lavoro e se vedevamo che il parto andava bene cercavamo di favorirlo, anche perché l’alternativa, se proprio la cosa non andava, era di chiamare un chirurgo russo con il quale non si riusciva nemmeno a parlare, perché le categorie mediche erano per nazionalità e la chirurgia era russa; facevano un sacco di guai, ma soprattutto non parlavano la lingua, il portoghese, potevamo solo dirgli: “Opera”, e quindi cercavamo di evitare il più possibile di far operare le donne; questo nelle guardie di notte, poi di giorno c’erano gli olandesi, c’era la capo ostetrica svizzera, che ha assistito anche al mio parto, stava lì da tanto tempo… Ho imparato molto da loro. Soprattutto come riuscire a riportare alla fisiologia un processo, perché operare una donna era molto rischioso.
Insomma, alla fine siamo dovuti andar via per la guerriglia, ma sono tornata in Africa, nello Zimbabwe, che era l’ex Rodhesia, una colonia inglese che stava facendo la transizione. In realtà i bianchi avevano conservato tutto. È uno stato che ha il filo spinato nella bandiera… Tu coprivi una distanza tipo Napoli-Roma, che è la distanza che c’era tra dove abitavamo noi e la capitale, ed era un continuo di filo spinato, non finiva mai, perché chi arrivava delimitava le terre con il filo spinato ed erano intere colline. Gli inglesi non hanno lasciato terra libera.
Sono stata un anno, era impossibile dopo il Mozambico stare lì, perché in realtà il razzismo c’era ancora. Lavoravo in ospedale, andavo anche nei posti di salute, più o meno l’organizzazione sanitaria era quella di prima, solo che prima tenevano i neri giù e ti invitavano sopra in casa a prendere il tè perché eri bianco, adesso portavano il tè giù perché non potendo far salire il nero, non facevano salire neanche te. Tu facevi quattro ore di jeep sotto al sole dopodiché andavi là e quella ti portava il tè fuori, perché non ti poteva far salire perché c’era un’infermiera nera insieme a te.
Così tornammo a Napoli e mi rimisi a lavorare nell’ospedale come caposala in pediatria. Però la città mi stava stretta e feci dei concorsi fuori, vinsi a Vico Equense e andai a vivere lì, lavorando come ostetrica all’ospedale di Vico, e nel tempo libero assistevo ai parti delle donne che vivevano nelle comunità in campagna. Partivo con uno, due figli più piccoli e andavo in Puglia, nella comunità di Shanti Das, di Urupia. Le donne di queste comunità avrebbero fatto i figli da sole, ma era un po’ rischioso perché le comunità sono lontane dagli ospedali, era importante che ci fosse una persona che desse un margine di sicurezza. Anche a Napoli c’erano richieste, però non riuscivo a lavorare molto, abitavo a Vico e nel frattempo mi ero separata e quindi stavo da sola con quattro figli. Dopo sei anni mi licenziai anche dal lavoro per poter stare con i figli.
All’ospedale di Vico Equense mi hanno fatto battaglia. Loro pensavano che un’ostetrica dovesse stare all’organizzazione del medico, in realtà per legge non è così: nel travaglio e nel parto fisiologico l’ostetrica ha autonomia, è sua la responsabilità di quello che avviene, deve avvertire il medico solo quando ritiene che ci sia una patologia. Cercavo di mettere in pratica questo, ma non era facile. Andai anche dal direttore sanitario, gli dissi: “Noi abbiamo il cinquanta per cento di cesarei e quello che dovremmo avere è il dodici-diciotto per cento, qui si operano donne che non dovrebbero essere operate, io mi rifiuto di portarle in sala operatoria”. E lui: “Allora non le portare le donne in sala operatoria”. Ho avuto ammonizioni perché non costringevo le donne a salire sul lettino, ma le lasciavo partorire a terra. Mi dicevano che facevo partorire le donne come in Africa. Alla fine le donne erano contente, partorivano bene. Poi ho scoperto che questi rapporti non passavano al direttore sanitario, ma arrivavano solo a me, cioè erano intimidazioni. Ed è per questo che quando poi mi separai, battaglie a casa, battaglie in ospedale, la cosa più semplice fu lasciare.
Quindi mi licenziai e cominciai a lavorare solamente assistendo ai parti, le donne lo sapevano perché eravamo solo in due in Campania, un’ostetrica di Caserta, Wanda, e io. Poi mi spostai nel salernitano, in Puglia, in Calabria. C’è stato un periodo che era un’avanguardia che pensava al parto in casa, poi mi hanno chiesto di partorire in casa anche donne di una cultura molto semplice. Prima non facevo i gruppi, anche se i corsi di preparazione al parto erano molto diffusi. Poi mi sono ricreduta perché ho capito che le donne avevano l’esigenza di rafforzarsi man mano che la gravidanza avanzava, per contrastare un sistema sanitario che affinava sempre di più le sue ingerenze. Poi c’erano le donne con un pregresso cesareo che volevano partorire spontaneamente e lì veramente se la donna non si rafforza è impossibile arrivare alla fine.
Quando ho cominciato a fare i gruppi ho messo su un’associazione con un paio di donne che avevo assistito e con un’altra che invece era un’infermiera professionale pediatrica. Nel corso del tempo è stato bello soprattutto vedere le donne che si sostenevano tra di loro, anche nel periodo dell’allattamento. La solitudine dell’anno seguente al parto in qualche modo poteva essere attenuata da questa rete. La fragilità delle donne nella maternità è la solitudine, e oggi la solitudine è grandissima. Abbiamo case faticose, impegnative, i bimbi non hanno un ambiente libero dove vivere, vanno seguiti continuamente, non ci sono spazi dove possano autogestirsi, questa città non ha spazi non pericolosi per i bimbi e tutto questo resta solamente alla coppia, spesso esclusivamente alla donna.
Negli anni si è formata una rete e io mi sento inadeguata a utilizzarne tutte le potenzialità. Quando si partorisce bene, si vuole delegare di meno, per esempio è più difficile consegnare i figli ai nidi. Io mi sono resa conto di aver complicato la vita alle donne… Una donna che ha partorito bene instaura una relazione di piacere reciproco con il figlio che alla fine la incastra, quindi c’è bisogno di trovare delle condizioni di non solitudine. Questo significa diffondere una cultura del parto ed essere più forte rispetto a come vuoi partorire, visto che scegli tu, secondo come il tuo corpo lo richiede, che carattere hai, che rapporto hai con la tua sessualità, vuoi stare da sola, vuoi stare in compagnia, vuoi stare col compagno, con un’altra donna, vuoi riappropriarti del rapporto con tua madre. Devi essere libera di sceglierlo, però per scegliere devi sapere cosa vuoi, e per sapere cosa vuoi devi sentirti accompagnata, che un’altra donna capisca le tue esigenze, perché se le vai a raccontare a uno qualsiasi, quello dice: “Ma che stai dicendo? Tu hai solo bisogno di fare un figlio sano e di uscire viva”. Ci si deve rafforzare in questa conoscenza. Tra donne, tra uomini che siano disposti ad accogliere quello che non conoscono, perché poi lo vedono, lo percepiscono, lo sentono. È l’unico modo di avere dei bimbi soddisfatti e che probabilmente hanno bisogno di poco perché la relazione è così importante e sarà così importante nella loro vita che perseguiranno quella. Per le donne l’unico rischio potrebbe essere quello di volerne fare troppi, di figli…». (carola pagani)







pina
4 months ago
Complimenti una bella storiA, ho apprezzato molto il cammino di questa Ostetrica. Sono Ostetrica anche io ciao Pina Orsini
elisabetta pace
4 months ago
Sono una doula alle prime armi e la visione di Teresa e’ anche la mia… Grazie Eli
laura
3 months ago
Ho conosciuto questa donna meravigliosa! Ed è anche grazie a lei che sono riuscita ad avere il mio VBAC( vaginal birth after cesarean ). Grazie Teresa
Anna
3 months ago
Brava intervistatrice! Brava come la “tua” levatrice
Ti sei lasciata all’intervista come nel parto, Teresa parte da lontano per arrivare oltre!
Grazie della condivisione
aemme
daniela
2 months ago
Un’amica mi ha parlato di Teresa, ma non conoscevo la sua storia. Sono una doula e mi piacerebbe incontrarla, sarebbe fantastico !
Grazie per la bella testimonianza !