Ci sono molti modi per raccontare la storia di un paese, mentre le cose accadono, cercando di dare un senso alla cronaca. Stefania Divertito è autrice di un libro inchiesta denso e appassionato, Toghe Verdi. Storie di Avvocati e battaglie civili, Edizioni Ambiente, 2011, che racconta di lotte civili a difesa di territori aggrediti e devastati da interessi speculativi. È un libro appassionato e puntuale che ricostruisce le storie, alcune non ancora concluse, dei conflitti ambientali e delle lotte di magistrati e avvocati (da qui le “toghe verdi”) ma soprattutto di cittadini, comitati e associazioni impegnati a impedire scempi, avvelenamenti e discariche.
Un insieme di storie, testimonianze e lotte che si legge tutto di fila e che costituisce una storia reale e sociale di questo paese. Conflitti ambientali che attraversano l’intero territorio nazionale e che hanno, di fondo, uno schema comune. Da un lato, una comunità che cerca di difendere il proprio territorio dagli interessi e dalle speculazioni, dall’altro un soggetto privato che ha dalla sua parte non solo la propria forza economica ma anche l’appoggio delle istituzioni. È il racconto di un paese che da questi conflitti è attraversato in ogni sua parte. Si comincia con i lavori per la tratta ad alta velocità Firenze-Bologna, eseguiti da un consorzio di imprese (Cavet) che opera su mandato di Impregilo e Fiat. I lavori effettuati scavando nella pancia del Mugello hanno “rubato acqua a fiumi, torrenti, pozzi e quindi acquedotti”. Hanno fatto precipitare le falde idriche duecento metri sottoterra. I letti dei fiumi sono diventati strade di ciottoli levigati. Centocinquanta milioni di acqua drenati e portati via lasciando a secco le valli e chi le abitava. Un furto con molte colpe, ma senza colpevoli perché i ventisette dirigenti indagati, condannati in primo grado sono stati assolti in secondo. Il fatto sussiste ma non costituisce reato. E quindi nessun risarcimento.
C’è poi la discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa (un’area pari a circa duecentocinquanta campi di calcio) che raccoglie, in deroga a ogni norma, i rifiuti di Roma e provincia, milletrecento camion che ogni giorno depositano cinquemila tonnellate di rifiuti non differenziati. L’alibi come sempre è l’emergenza, ma, come ricorda uno dei testimoni della lotta, “semplicemente non esiste un piano concreto di gestione dei rifiuti nel Lazio”. Si va poi in Veneto, nella vecchia centrale Enel del Polesine, nel Veneto, una centrale da 2.640 MW, che come testimoniano i comitati cittadini “fino al 2006, quando era regolarmente in funzione, spesso capitava che dal camino della centrale uscivano pulviscoli neri, piogge acide di sostanze corrosive. Se ti cadevano addosso potevano bucarti la maglietta”. Passando per Latina e per la testimonianza di Elio Bonanni, avvocato impegnato nella battaglia contro l’amianto, si arriva in Toscana, Val di Cecina. Qui, il bilancio di diciannove morti e centoundici lavoratori ammalati di asbesto a Lardarello, nei campi geotermici di Enel Green Power dove insistono ben trentatre centrali elettriche.
C’è poi Sarroch, in Sardegna, a venti minuti da Cagliari e a pochi chilometri da Santa Margherita di Pula. Qui nel 1962 Angelo Moratti costruì la sua raffineria – la Saras – che portò lavoro e ospiti invisibili, tumori e malattie polmonari. Qui ancora si muore mentre precari e per una ditta esterna, si finisce a pulire una cisterna ancora piena di un gas che non doveva esserci. L’11 aprile 2011, qui è morto Pierpaolo Pulvirenti, studente, a soli ventitre anni. Soli due anni prima la stessa tragedia. Anche i tre operai morti il 26 maggio 2009 avrebbero dovuto ripulire una cisterna dell’impianto di desolforazione. La Saras, nel 2007 ha emesso 227 tonnellate di polveri fini e nel solo 2009 la raffineria ha emesso circa due milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un tema che meriterebbe una seria discussione pubblica e che invece rimanene sottotraccia. Più facile forse parlare di calcio e dei problemi dell’Inter che affrontare i temi spinosi di impatto ambientale e sicurezza sul lavoro. Il libro si conclude con una lunga intervista al procuratore Raffaele Guariniello e una riflessione sui crimini ambientali.
Questa cartografia dei conflitti ambientali, offre uno spaccato per certi versi sconsolante. Anche quando la giustizia arriva, in una aula di tribunale, a diversi anni dai fatti, il danno prodotto resta. L’acqua rubata, le falde inquinate, le mega-discariche, l’aria irrespirabile. Un danno permanente che rimane lì. Così come nulla potrà veramente risarcire le vittime del lavoro, dell’inquinamento e dell’amianto, nonostante l’impegno di giudici onesti. C’è però accanto a tutto questo il racconto di chi non si è arreso e ha accompagnato la propria vita quotidiana con una lotta costante, paziente e generosa. Tutto ciò, non basta forse a rispondere all’interrogativo che Erri de Luca pone nella sua prefazione: “Stefania Divertito fruga nella discarica della memoria pubblica e l’aggiorna. Fa restauro di coscienza civile della nostra sbracata identità di popolo. Reagiremo, alla lunga succederà, ma dopo quale altra sciagura ancora?”. Già, quando reagiremo? (dario stefano dell’aquila)






Antonietta Esse
6 months ago
Ho appena finito di leggere questo libro, è avvincente come un romanzo e preciso come un sagigo giornalistico! Molto molto interessante. Io lo consiglio. Parla poco di Napoli, ma lascia degli spiragli per approfondire soprattutto la questione di Napoli est!
tonia
5 months ago
conto di leggerlo anche io!