Gli OPG sono uno dei buchi oscuri delle istituzioni totali italiane nonché i residui di una concezione autoritaria della risoluzione dei delitti e dello scontare delle pene. Adolfo Ferraro, attuale direttore sanitario dell’OPG di Aversa, ha scritto Materiali Dispersi. Storie dal manicomio criminale (Tullio Pironti Editore, 2011), un inventario, una sorta di mappa di individualità, che accompagna il lettore nelle storie sommerse e recintate dalle mura del manicomio criminale.
Le narrazioni raccolte da Ferraro sono articolate in tre categorie: le tragedie, i delitti e le vite brevi. A ciascuna delle categorie corrispondono delle storie individuali che attraversano, oltre che la storia del manicomio, la storia complessiva del paese. O forse sarebbe meglio dire quella storia oscura, sotterranea e subalterna di cui non si ritrova traccia nella storia generale.
Tra le “tragedie” si trovano il boia, un vecchio detenuto corpulento e canuto che nella sua giovinezza è stato un repubblichino agli ordini del principe Borghese per poi diventare un militante di quell’Ordine Nuovo spina dorsale della strategia della tensione che ha funestato la storia recente d’Italia. La sua è la storia di un assassino di partigiani e di una bella e giovane donna croata da lui amata che l’aveva più volte tradito. La vicenda è sorprendentemente un possibile lampo di luce sulle responsabilità della prima strage di stato, quella di Piazza Fontana a Milano del dicembre 1969. I dettagli non li sveliamo, per non sottrarre al lettore il piacere/diritto alla suspence, principio che vale anche per quanto segue. Si incontra anche la storia del direttore di Aversa (dal 1964 al 1978!) Domenico Ragozzino, che trasformò l’OPG di Aversa simultaneamente in un lager per diseredati e in un hotel di lusso per boss e gregari della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.
Tra i “delitti” si trovano le storie di assassini inconsapevoli, di donne e uomini miti diventati serial killer in seguito a infinitesimali casi, circostanze e complicazioni della vita. L’ultima sezione dedicata alle “vite brevi” è l’inventario di sofferenze minime trasformatesi in tragedie che hanno sconvolto la vita di più persone.
Il libro è un contributo significativo alla letteratura sulle istituzioni totali, soprattutto perché, nonostante una decisa componente autoriale, le voci che emergono sono quelle dei “soggetti pericolosi”, quelle vite infami di solito relegate nel silenzio e segnate dal pregiudizio della società legittima. I racconti di Ferraro restituiscono ai diseredati lo spessore di personalità sofferenti e, in una certa misura, di soggettività consapevoli. L’affresco – ibrido tra narrazione e documentazione – che fuoriesce del volume rende giustizia alla complessità delle storie particolari in rapporto alla storia in generale di cui ognuno è involontariamente protagonista. (-ma)






giugno 20th, 2011 → 9:02 pm @ monitor
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